Conversando con Massimo Cacciari «Da Strasburgo ad Atene la rabbia sociale è contro la classe dirigente del flop»

5/4 – l’Unità, di Umberto De Giovannangeli

I «sequestri» francesi, le proteste di Londra, Strasburgo, Atene. Un malessere sociale che rischia di deflagrare. L’Unità ne discute con Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia.  Qual è il segno prevalente, il tratto che unisce i «sequestri» francesi e la proteste di Londra?
«Al momento è la rabbia. Non vedo ancora l’organizzazione di un movimento politico che presenti una sua strategia contro o nei confronti dei processi di globalizzazione così come sono stati condotti o meglio non condotti nei due decenni che abbiamo alle spalle. La rabbia può incanalarsi in prospettive del tutto divergenti: può dar luogo ad un movimento politico transnazionale, che tante volte è sembrato comparire sulla scena negli anni scorsi, all’epoca di Genova o prima ancora di Seattle, e che è finito in protesta; ma la rabbia può anche dar corpo a un movimento che viene ampiamente strumentalizzato, come in passato è ampiamente avvenuto, da forze politiche organizzate di destra e di estrema destra».
La rabbia. Da cosa trova alimento?
«Dalla sciagurata deregulation che ha improntato la colossale crescita economica degli anni Novanta e del primo scorcio di millennio. E noi oggi siamo di fronte alla situazione di dover pagare il conto di quella deregulation; conti ampiamente prevedibili e previsti, in Italia, in Europa come pure negli Stati Uniti. Era del tutto evidente che una crescita così impetuosa della ricchezza prodotta a livello globale, senza alcuna capacità né volontà di regolazione dei mercati o della finanza, e senza alcuna politica di distribuzione dei redditi e della ricchezza prodotta, sarebbe prima o dopo scoppiata.».
Ed ora?
«Ora c’è la protesta. Anch’essa prevedibile. Perché i costi di questo gigantesco flop ricadono in particolare sulle spalle della miriade di lavoratori precari che si sono moltiplicati in questo periodo, dei resti di classe operaia e dei giovani, di quelli che sono ancora nelle scuole, nelle università, dentro il processo formativo. Questa gente protesta…».
Come potrà evolvere la protesta?
«Dipenderà dalle capacità di reimmaginarsi e di riorganizzarsi delle forze di sinistra; dipenderà, per altri versi, dalle capacità delle forze di destra di strumentalizzare e di governare la protesta. Può avere sbocchi completamente diversi, opposti. C’è da sperare che le forze democratiche riescano a comprendere i colossali errori commessi,ad approntare strumenti efficaci di regolazione, a mettere in atto ammortizzatori e politiche sociali sufficientemente potenti. E c’è da sperare anche che nessuno, al loro interno, intenda cavalcare la protesta per soluzioni autoritarie. La domanda da porsi è se oggi abbiamo in Italia, in Europa, forze di orientamento riformatore, socialdemocratico, democratico pronte alla bisogna…».
Qual è la risposta di Massimo Cacciari?
«Assolutamente no. Perché ce ne sono alcune che sognano di poter uscire da questa crisi ritornando a un Welfare anni Sessanta-Settanta. L’idea di poter uscire dalla crisi ritornando ai modelli di welfare kenesiani-socialdemocratici classici, non è una illusione, è un’assoluta stupidaggine. che alberga in tanta “left”. E lo è perché quel modello di Welfare si è compiuto. Compiuto e non fallito, con la crisi fiscale dello Stato tra gli anni Settanta e Ottanta. Per questo quel modello è irriproponibile. Nella sinistra europea vedo una metà che continua a coltivare questa pericolosissima e irrealistica illusione, e l’altra metà annaspa…».
Sul fronte opposto, la «formula-Berlusconi» può dirsi vincente?
«Sul fronte opposto c’è questa politique d’abord della destra sia berlusconiana che sarkoziana: la politica di quelli che hanno cavalcato la deregulation in modo scatenato e selvaggio nel corso degli anni Novanta e che adesso, con grande capacità tattica ma senza visione strategica né cultura effettiva di governo, s’inventano di volta in volta protezionisti, statalisti, a seconda della convenienza. Grande capacità di movimento ma non è certo con una politica d’abord che affronti la situazione».
Vorrei tornare sulla rabbia sociale. Una rabbia che, sottolinea The Economist sembra indirizzarsi contro i banchieri, i broker, gli speculatori finanziari, prim’ancora che contro i governanti.
«Non credo che sia una percezione esatta. La rabbia è contro la classe dirigente. I governi oggi si stanno sforzando di riparare i danni che loro stessi, con la loro assenza, con la loro ignavia, con la loro impotenza hanno provocato; per questo tentativo di darsi da fare, forse i governi oggi sono meno esposti rispetto alle grandi corporation, alle grandi banche e società che certamente sono stati i soggetti fondamentali di questa cristi. Resto però convinto che se la rabbia s’indirizzerà contro qualcosa, sarà contro le classi dirigenti».
Si fa pressante il problema della rappresentanza di questa rabbia sociale…
«Si pone un problema più generale di democrazia. Noi dobbiamo cominciare finalmente a prendere il toro per le corna e vedere la “Medusa” in faccia…».
Fuor di metafora?
«Dobbiamo fare i conti fino in fondo con la crisi della democrazia così come si è andata formando nel corso degli ultimi due secoli. Una democrazia che si è basata su un principio di rappresentanza e che è formata nei limiti dello Stato nazionale; questa democrazia si mostra ogni giorno di più incapace di affrontare e risolvere i problemi della globalizzazione. I tempi della decisione politica sono totalmente sfasati rispetto ai tempi dell’economia, della scienza, della tecnica. Oggi dobbiamo discutere seriamente, se vogliamo davvero salvarla, di crisi della democrazia. Siamo diventati tutti democratici non a caso quando la democrazia che abbiamo conosciuto ha cominciato a far acqua da tutte le parti…».
Eppure il tema «emergenziale« sembra essere quello dell’insicurezza.
«Dobbiamo intenderci sulla natura di questa insicurezza. Siamo tutti insicuri, nel senso che quella relativamente ben fondata terra che era la democrazia, almeno per come si era sviluppata a partire dal secondo dopoguerra. fa crac da tutte le parti. Questo sarebbe stato anche il grande tema del Partito Democratico: affrontare seriamente il problema della democrazia, non affermarsi democratici, che è ormai la moneta più inflazionata della terra. Su questo finora ha mancato il Pd, di mettere a problema il tema della democrazia, provando a inventarne forme nuove, discorsi nuovi, anche una retorica nuova».
Il tema di una democrazia nuova è legato al governo della globalizzazione. C’è chi, a sinistra, vive la globalizzazione come un male in sé.
«Può anche darsi che questa idea si affermi, ma è una idea del tutto impotente. I processi di globalizzazione sono assolutamente il destino dell’attuale storia europea e mondiale. È un processo destinale. Il punto è come l’affronti. Se lo fai con gli strumenti delle democrazie nazionali, allora sei destinato alla sconfitta, all’assoluta marginalità. Questi strumenti si rivelano ogni giorno del tutto impotenti per affrontare qualsiasi tema cruciale – dall’immigrazione alla regolazione finanziaria e globale -. Qual è la competenza degli strumenti democratici tradizionali nell’affrontare i problemi di bioetica o la loro reale efficacia nel combattere i paradisi fiscali?Siamo in un momento delicatissimo in cui dobbiamo inventare nuove forme di democrazia. Una democrazia sovranazionale».

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