Record di export per le armi italiane

1/4 – Carta, di Giorgio Beretta (Unimondo.org)

Pubblichiamo un articolo uscito ieri sul sito unimondo.org, che spiega come l’export delle armi made in Italy sia cresciuto in un anno del 29 per cento, con l’elenco dei paesi «beneficiari»: al primo posto la Turchia, tra i primi dieci Libia, Algeria, Nigeria

C’è un «made in Italy» che si spalanca brecce nei mercati internazionali: quello delle armi. Per decisione bypartisan, visto che fino ad aprile le autorizzazioni sono state rilasciate dal precedente governo, l’anno scorso è stato un vero e proprio anno record: dal Rapporto del presidente del consiglio, reso pubblico ieri, emerge che le autorizzazioni all’esportazione di armamenti italiani nel 2008 hanno superato i 3 miliardi di euro, con un incremento che sfiora il 29 per cento rispetto al 2007. A cui vanno aggiunti i quasi 2,7 miliardi di euro di autorizzazioni relative a Programmi intergovernativi.
Spiega senza troppi giri di parole il Rapporto del presidente del consiglio: «L’industria italiana per la difesa ha, quindi, consolidato e incrementato la propria presenza sul mercato globale dei materiali per la sicurezza e difesa, confermandosi un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia».
Competitività che si afferma non solo nei paesi della Nato e dell’Ue – ma anche in quelli del Sud del mondo, che sono stati autorizzati a ricevere più del 30 per cento [pari a quasi 928 milioni di euro] delle esportazioni militari italiane. Non è un caso, quindi, che il principale destinatario di armamenti italiani sia la Turchia, che con oltre 1 miliardo di euro si aggiudica da sola quasi il 36 per cento delle autorizzazioni. La nazione mediorientale dalla quale – secondo l’ultimo rapporto di Amnesty – «sono continuate a pervenire denunce di tortura e altri maltrattamenti e di eccessivo impiego della forza da parte delle Forze dell’ordine» e che l’associazione denuncia per «violazioni dei diritti umani» si vede concessa tra l’altro l’autorizzazione a generici «elicotteri», che – come annunciava lo stesso ministro della Difesa turco – sono «elicotteri da combattimento» adibiti a «ricognizione tattica e attacco bellico». Forse il semplice fatto che la Turchia sia un partner Nato e che si trattava di elicotteri ha fatto «sorvolare» su qualche denuncia ribadita dalle associazioni per la difesa dei diritti umani e per il disarmo. Ma AgustaWestland – una controllata di Finmeccanica di cui il principale azionista è il governo – ha inaugurato lo scorso anno a Ankara i suoi nuovi Regional Business Headquarters ed è perciò chiaro che «business is business».
Se al secondo posto per autorizzazioni compare il Regno Unito [254 milioni di euro], al terzo posto spicca l’India, che con quasi 173 milioni di euro ricopre il 5,7 per cento dell’export italiano di armi. Un tentativo forse di «pareggiare» la maxicommessa dello scorso anno al Pakistan: se New Delhi, infatti, ha acquistato nel 2008 tra l’altro «una nave logistica classe Etna prodotta da Fincantieri», nuovi e consistenti affari sono in programma visto che AgustaWestland si è recentemente alleata con la Tata pr andare «all’assalto dell’India» e non intende certo fermarsi agli elicotteri AW119 da «sorveglianza e ricognizione».
Tra i primi dieci acquirenti internazionali figurano inoltre altri due paesi non appartenenti alla Nato e all’Ue: la Libia, che vede autorizzati ordinativi per oltre 93 milioni di euro soprattutto per elicotteri Agusta A 109, e l’Algeria che acquista tra l’altro sempre elicotteri Agusta [modello EH 101 Sar] per una commessa complessiva di oltre 77,5 milioni di euro. Non vanno però dimenticate, sempre verso paesi non Nato-Ue, le consistenti autorizzazioni a Nigeria del valore di quasi 58,9 milioni di euro principalmente per aerei ATR42 «per il pattugliamento marittimo», Oman [57.1 milioni], Brasile [43,4 milioni], Emirati Arabi Uniti [39.3 milioni], Venezuela [35,8 milioni], Kuwait [30,1 milioni], Pakistan [29,8 milioni], Arabia Saudita [22,6 milioni], Egitto [16,9 milioni], Malaysia [7,4 milioni], Indonesia [3,8 milioni], Cile [1,9 milioni] e Israele [1.9 milioni].

Ma le preoccupazioni non si fermano qui. Dal Rapporto del presidente del consiglio è sparita la tabella delle banche che forniscono servizi d’appoggio al commercio di armi. Una tabella di non poco conto considerato che le autorizzazioni alle operazioni raggiungono la cifra – anche questa record – di oltre 3,7 miliardi di euro. Sembra difficile considerarla una semplice dimenticanza, visto che lo scorso anno la campagna che segue con attenzione questo ambito, e cioè la Campagna di pressione alle banche armate, aveva già denunciato la sparizione dalla Relazione della presidenza del consiglio dell’importante elenco di dettaglio delle operazioni che le banche forniscono all’export militare. Il nuovo rapporto si impegna però a «incrementare ulteriormente la trasparenza sulle attività fornendo, ove necessario, eventuali approfondimenti su temi di particolare interesse». La mancanza ingiustificata dell’elenco delle banche che svolgono queste operazioni non sembra proprio andare in questa direzione. C’è da augurarsi che la “sparizione” dell’elenco non riguardi anche l’intera Relazione che il presidente del consiglio – ai sensi della legge vigente – avrebbe dovuto far pervenire al Parlamento.

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