Violenza contro le donne – Quando la mente diventa violenta

1.4.09 – l’Unità

Violenza contro le donne, raid anti-immigrati, il dramma di Nettuno dove alcuni ragazzi hanno dato fuoco a un indiano per «divertirsi» e la lista, purtroppo, potrebbe continuare. Eppure, di fronte a questo raccappricciante elenco nessuno è mai riuscito a pronunciare la parola «disumanità». Decine di analisi coprono le pagine dei giornali parlando di «paura», «noia», «droga», persino «tribalismo di periferia». In alcuni casi sono apparsi concetti che alludono a una lettura psichica come atrofia dei legami, dissoluzione dell’individuo, insignificanza dell’esistenza…
Fra queste «interpretazioni» (meglio sarebbe chiamarli tentativi) non compare quella che, forse, potrebbe davvero spiegare la violenza interumana: la «pulsione di annullamento». Teorizzata nel ‘71 dallo psichiatra Massimo Fagioli, questa ipotesi permette di interpretare comportamenti che non sono «semplicemente» il frutto dell’aggressività, del sadismo o della cosiddetta distruttività. Si tratta di un livello di violenza più profondo dove dalla negazione dell’altro si passa al suo annullamento (come nel caso dell’indiano bruciato vivo e trattato come un «non essere umano»). Questa pulsione, infatti, fa dell’altro, del diverso da sé, un «non essere umano», cancellando in tal modo (annullamento appunto) il fatto che la sua umanità sia irrimediabilmente uguale alla nostra.
Ben altro che «noia» o «identità di branco»: in questo concetto si nasconde la «mente malata» all’origine dei comportamenti «disumani». Prendere coscienza di questa teoria – che ha come fondamento teorico l’uguaglianza psichica tra gli esseri umani – sarebbe determinante, quasi di utilità «sociale e culturale» proprio per interpretare quanto sta accadendo.
Sorprende invece che questo approccio, anziché venire ascoltato e valutato, venga totalmente ignorato, specie da quei politici che, di fronte a eventi così gravi e complessi, raddoppiano strumentalizazzioni e campagne di disinformazione pubblica. Non sono le «ronde» e i militari in città, a potere curare le persone da rapporti distruttivi e ad arrestarne la «disumanizzazione».
Quello che andrebbe compreso e coltivato, dunque, è un vero e proprio salto culturale: è il rapporto interumano non violento che va messo al centro della cultura politica. Reso quasi impossibile oggi, come scrive Luigi Zoja nel recentissimo La scomparsa del prossimo (Einaudi) dall’assenza di «concreti» rapporti umani. Un approfondimento di questi concetti sarebbe dunque auspicabile, anche per evitare che, continuando a ignorarli, si finisca inconsapevolmente per agitare nuove e vecchie paure.

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