Vescovi e gente
31/3 – La Stampa, di Filippo Di Giacomo
L’equità sociale secondo i vescovi? Usare la stessa ricetta di un medico del secolo scorso, San Giuseppe Moscati, che non chiedeva ai pazienti un onorario ma indicava loro un cesto sul quale si leggeva: chi ha, dia; chi non ha, prenda. Proiettato nel sociale, questo resta forse l’unico programma di sinistra che ancora circola nel Paese. Il primo ad accorgersene è stato l’ex seminarista Dario Fo. Quando il cardinale Tettamanzi, iniziando dai suoi risparmi, aprì a Milano il primo fondo sociale diocesano in favore delle famiglie e dei disoccupati, il premio Nobel fu uno dei pochi a non ironizzare. Anzi, il 20 gennaio, su Liberazione, avvertì: «Al di là delle etichette, con i suoi discorsi il cardinale si sta mettendo fuori da una logica oggi imperante a Milano: la logica del potere che alimenta gli affari e gli intrallazzi. Delle banche, della speculazione edilizia, e non solo in vista dell’Expo. Stiamo assistendo al grande assalto degli interessi organizzati, a cui non sono estranee organizzazioni di matrice cristiana, e a pagarne il prezzo sono sempre i soliti, i più poveri. Tettamanzi, mi sembra abbia scelto da che parte stare».
Il 23 marzo, nella prolusione al consiglio permanente della Cei, il presidente dei vescovi italiani poteva già attestare il «fiorire in tantissime diocesi di iniziative di solidarietà concreta, cui si unisce l’importante impegno ai vari livelli della Caritas come degli Istituti di vita consacrata». Nel giro di dieci settimane l’opzione Tettamanzi ha fatto scuola in tutte le realtà ecclesiali del Paese. Tanto che, sempre due lunedì fa, il presidente dei vescovi italiani poteva affermare: «La nostra gente sappia che i vescovi le sono vicini e che la nostra Chiesa non ha altra ambizione se non interpretare in prima persona e senza risparmio, nella situazione data, la parabola del buon Samaritano». L’errore da non compiere, ora che il fondo di garanzia famiglia-lavoro dei cattolici italiani sarà strutturato, è quello di vedervi l’ennesima proiezione di quel sistema di potere parallelo che, grazie all’8 per mille, il cattolicesimo italiano sarebbe in grado di detenere. Così come a Milano, anche il fondo nazionale coinvolgerà risorse private e collettive in un progetto di condivisione che avrà, necessariamente, una ricaduta politica. Perché se funzionerà, come tutto lascia credere, sarà una formidabile occasione per immettere nel circuito delle comunità locali un metodo oggettivo capace di guardare ai problemi dell’equa distribuzione delle risorse nel nostro Paese come a una «sottrazione di umanità», a un problema di etica globale destinato a prolungarsi oltre le contingenze in cui le agenzie del consenso politico cercano di confinarlo.
Forse non a caso, dagli inizi del pontificato di Benedetto XVI, Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, chiama spesso anche l’ebreo socialista polacco Zygmunt Barman a commentare i documenti del magistero sociale della Chiesa. Con il teorico della società liquida, il pensiero cattolico non fa alcuna fatica, anzi ringrazia per la collaborazione nello svelare i trucchi con cui i teorici del liberalismo economico sono riusciti a rendere gradevole la diffusa ingiustizia sociale. Un’ingiustizia che accomuna l’80% di questa nostra umanità da cercare in presunte economie «in via di sviluppo» o in «momentanea difficoltà». Nella Cei le parole non vengono mai usate a caso. Per monsignor Crociata sono 20-30 mila le famiglie che avranno accesso al credito, e che per motivare il bisogno di questo intervento avranno solo l’obbligo di rivolgersi al parroco perché, come ha precisato il segretario generale della Cei, «non ci saranno persone dedicate a questo servizio». Le famiglie «dovranno essere coppie sposate, anche se solo civilmente», precisazione che lascia intendere molto sulla presenza e il ruolo dei divorziati risposati nelle parrocchie. Per le pratiche burocratiche, le Acli e la Caritas secondo i protocolli stabiliti con le Banche coinvolte, in 10-20 giorni renderanno possibile il prestito. La realpolitik della Chiesa italiana nasce da ogni possibile racconto sociale, accettato solo se conforme alla realtà. Se fosse questa la laicità di cui abbiamo bisogno?

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