DIRITTI ANNEGATI
Il manifesto 1/04/09, di Stefano Liberti
L’ennesimo naufragio nel canale di Sicilia rischia di diventare un episodio di una macabra e stanca lista se non si mettono in fila alcuni elementi e non si rintracciano responsabilità dirette e indirette. Non è sufficiente dire, come fa il ministro degli interni Roberto Maroni, che l’incidente è avvenuto in acque libiche e noi non potevamo fare nulla.
La tragedia di questi giorni parla invece all’Italia e alle politiche messe in campo dal nostro governo nel contrasto alla cosiddetta immigrazione clandestina. Il Viminale continua a proclamare l’imminenza della fine degli sbarchi grazie al più volte annunciato pattugliamento congiunto con i libici. Ma dimentica di dire che la Libia ha una costa di duemila chilometri, che difficilmente potrà essere sorvegliata da sole sei motovedette. Dimentica di sottolineare che il rafforzamento dei controlli non farà diminuire le partenze, ma renderà solo i viaggi più lunghi e pericolosi, e farà quindi aumentare le vittime. Dimentica poi di chiedersi che ne sarà delle barche intercettate, di quelle migliaia di uomini e donne che verranno rispediti indietro in un paese che non solo non è il loro, ma soprattutto non riesce a gestire una pressione migratoria massiccia e indesiderata. Dimentica poi di porre l’accento sul fatto che molte di queste persone non hanno nemmeno un paese in cui tornare, perché nel loro sono soggetti ad abusi e violenze.
Nella sua ossessione di «farla finita» con l’immigrazione clandestina, il ministero degli interni si ostina a porre la priorità sugli sbarchi e le rotte marittime. Trasforma così Lampedusa in un carcere a cielo aperto. Blinda il canale di Sicilia. Chiede alla Libia di ergersi a gendarme del Mediterraneo. In questa politica di annunci ad effetto e pugno di ferro, dimentica che gran parte dei «clandestini» non entrano via mare, ma con un biglietto aereo e un visto turistico. Dimentica che il 75% di quanti sono arrivati a Lampedusa nel 2008 ha fatto richiesta d’asilo politico. A cosa servono dunque i pattugliamenti congiunti? A cosa servono gli accordi conclusi con la Libia e i milioni di euro investiti dal nostro governo, anche quando a Palazzo Chigi sedeva Prodi? A rendere più difficile e rischioso il viaggio a un numero tutto sommato esiguo di persone, che una volta sbarcate ottengono le protezioni garantite dal diritto internazionale. Quella che sta arrivando in queste settimane a Lampedusa non è una «nuova ondata», come gridano alcuni media avidi di sensazionalismo. È un flusso in temporaneo aumento perché si prevede che con l’entrata in vigore del trattato con Tripoli si sposteranno i punti di partenza e lieviteranno rischi e costi delle traversate. In questo senso, il pattugliamento congiunto non è solo una farsa. È anche una tragedia, un’arma letale scatenata non contro i presunti trafficanti, ma contro uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni.

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