Riprendono gli sbarchi, 21 morti
Il manifesto 31/03/09
IMMIGRAZIONE Tre barconi con 257 persone partiti dalla Libia: uno affonda, si teme per gli altri due
400 migranti approdano a Lampedusa. Maroni: «Dal 15 maggio stop agli arrivi»
Stefano Milani
Erano appena in 257. Partiti da Sidi Belal, periferia di Tripoli e diretti in Italia. Divisi in tre diverse imbarcazioni «che galleggiavano appena», dicono alcuni testimoni. Le difficili condizioni del mare hanno poi fatto il resto. Una delle barche è naufragata, a una trentina di chilometri dalle coste libiche, i morti accertati sarebbero almeno 21 e le persone tratte in salvo 23. Tutte di «nazionalità africana e araba», precisa il ministro dell’interno libico, spiegando che si ignora la sorte delle altre due barche.
Sorte a voluto che questa nuova tragedia del mare arrivasse proprio nel giorno in cui Maroni ha lanciato il suo ennesimo spot anti-immigrazione: «Stop agli sbarchi tra quindici giorni». Del resto siamo in piena campagna elettorale (con le imminenti elezioni europee) e il ministro dell’Interno si adegua. E così promette che le carrette del mare cesseranno di approdare sulle coste italiane tra quindici giorni, ovvero «quando entrerà in vigore l’accordo siglato dal governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste».
Peccato che è passato quasi un anno da quando l’esponente del Carroccio si è insediato al Viminale e gli sbarchi, numeri alla mano, non sono mai stati così tanti. Solo negli ultimi tre giorni oltre 700 extracomunitari sono approdati sulle coste della Sicilia orientale. Un barcone con 249 persone, di cui 30 donne, è approdato nella notte tra domenica e lunedì nel siracusano. Avvistato a diciotto miglia a sud dell’isola di Capo Passero, era diretto verso il porto di Portopalo. Qualche ora più tardi un’altra barca più piccola, con a bordo 165 immigrati, di cui 25 donne e 5 bambini, è arrivata a Scoglitti, in provincia di Ragusa, scortata della guardia costiera di Pozzallo. Due sbarchi che si aggiungono agli oltre 220 stranieri, tra i quali 10 minori e 40 donne, giunti a Lampedusa all’alba di domenica. L’imbarcazione era stata segnalata alla capitaneria di porto mentre era in grosse difficoltà nel canale di Sicilia, particolarmente agitato in quelle ore.
«Una situazione gestita male», la denuncia del sindaco di Lampedusa Dino De Rubeis, che dice di aver visto «sei o sette donne incinte, alcune delle quali in gravi condizioni con le flebo attaccate, che sono state assistite in mezzo alla polvere e sull’asfalto». «Sono falsità» gli ha risposto a stretto giro il responsabile del Dipartimento immigrazione del Viminale, Mario Morcone. «Sul molo, – dice – hanno operato quattro medici e un infermiere e l’ambulanza che il dipartimento libertà civili ha acquistato e che è costantemente a disposizione delle necessità sull’isola». E si riserva di segnalare «queste continue dichiarazioni false all’autorità giudiziaria». «La verità fa male», replica a sua volta De Rubeis, sottolineando «evidentemente il ministero vuole che le cose siano messe a tacere». Per il primo cittadino dell’isola gli «episodi disumani» sono infatti frutto di «scarsa organizzazione»: occorre, spiega, un presidio sanitario fisso a Punta Favarolo, con il ripristino del servizio di una ambulanza messa a disposizione da Medici senza frontiere.
Con la ripresa degli sbarchi, a Lampedusa si torna a parlare di «emergenza». Sono oltre 720 le persone rinchiuse nei centri di identificazione ed espulsione, divise tra quello di contrada Imbriacola e l’altro dell’ex base Loran di Capo Ponente. E che costringono alla fuga gli «ospiti»: una ventina ieri sono riusciti ad allontanarsi dal Centro, prima di essere bloccati qualche ora dopo dai carabinieri. La situazione rimane dunque ingestibile e anche Famiglia Cristiana si appella al governo. «Mentre si aprono – scrive la rivista paolina – centri di identificazione ed espulsione, cioè una sorta di prigioni con altro nome, dove i diritti appaiono sospesi, la Chiesa chiede di cambiare rotta, di rinunciare alle scorciatoie e costruire con pazienza, mettendo insieme le competenze del Paese al servizio della vita di tutti». Ma il ministro Maroni invece di mettere freno a questa emergenza umanitaria, continua a promettere lo stop degli sbarchi. E anche stavolta ha tutta l’aria di essere una promessa da marinaio.

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