PALERMO Pino Maniaci, conduttore dell’emittente siciliana TeleJato, verrà processato per abuso della professione giornalistica

Combatte la mafia in tv ma non ha il «tesserino». Denunciato
31/3 – Il Manifesto, di Giacomo Russo Spena
Appena giunta la notizia del suo rinvio a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista sul sito della sua tv, «TeleJato», è comparsa la scritta «Siamo tutti Pino Maniaci». La stessa che campeggiava l’anno scorso, dopo che era stato aggredito in pieno giorno. Una delle tante intimidazioni subite.
Secondo la procura di Palermo «con più condotte poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso» Maniaci avrebbe svolto l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato e ha fissato il processo davanti al giudice monocratico di Partinico l’8 maggio prossimo. E pensare che l’«indagato» è stato minacciato di morte dalla mafia e querelato, quasi 200 volte, per le sue inchieste scomode sulle cosche e sull’inquinamento della distilleria Bertolino, una delle più grandi d’Europa. Maniaci è il conduttore del tg di TeleJato, un’emittente locale che copre un territorio di 20 comuni in provincia di Palermo con un bacino di circa 150 mila telespettatori. Da anni porta avanti coraggiose crociate contro le cosche mafiose della zona facendo nel suo telegiornale nomi e cognomi di boss. Tanto che nel 30 gennaio del 2008 viene preso a calci e pugni in pieno centro città da due persone, uno dei quali era proprio il figlio (ancora minorenne) del boss Vito Vitale, personaggio di spicco del mandamento di Partinico negli anni ’90 e uno dei protagonisti delle ficcanti inchieste del giornalista.
«Dopo avermi malmenato – racconta – uno dei due ha poi cercato di utilizzare la mia cravatta per soffocarmi, fortunatamente uso il doppio nodo e non vi sono riusciti. Dopo si sono messi in macchina e sono fuggiti». Causa mancanza di persone intenzionate a testimoniare la denuncia cade nel vuoto. Non per l’opinione pubblica che gli esprime solidarietà e i vertici dell’Ordine regionale e nazionale che insieme all’Unci (Unione nazionale cronisti italiani) e al Fnsi, gli riconoscono una tessera “ad honorem”. «Questo vorrà pur dire qualcosa» dice Maniaci, il quale spiega come non sia la prima volta che viene colpito da un provvedimento simile: «E’ la seconda volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione – aggiunge – A luglio sono stato assolto dalla stessa accusa, chiarirò tutto anche questa volta».
A denunciarlo sarebbe stato un «collega invidioso della mia popolarità», forse ignaro che il direttore dell’emittente è, in realtà, Riccardo Orioles, compagno di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia nel gennaio del 1984. In questi anni di lavoro l’aggressione subita in pieno giorno non è la sola minaccia subita da Maniaci: nella notte del 18 luglio, sempre del 2008, «ignoti» davano fuoco alla macchina del giornalista parcheggiata sotto la redazione di TeleJato.
Ad oggi, comunque, non risulterebbe la sua iscrizione all’Ordine, cosa che non avrebbe fatto perché «carta straccia rispetto al vero lavoro, quello che mi fa rischiare la pelle tutti i giorni». E se qualche malalingua parla, invece, di una sua fedina penale sporca (furto, truffa e ricettazione) come motivazione, lui risponde: «Non mi avrebbero mai dato la tessera ad honorem se realmente fosse così». Intanto se don Luigi Ciotti di Libera si dice «perplesso» per la vicenda, la Fnsi s’indigna che «la magistratura se la prenda con un collega per un fatto burocratico di competenza dell’Ordine professionale». «Al di là delle norme burocratiche – continua il sindacato – esiste l’articolo 21 della Costituzione che dà il diritto a tutti i cittadini di esprimere la propria opinione e a maggior ragione ad un’emittente comunitaria come quella di Maniaci».

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