Buon compleanno Ingrao
30.3.09 – Aprile on line, di Marzia Bonacci
Alla Provincia di Roma con un’iniziativa organizzata dal Crs -dal titolo emblematico di “Volevo fare il cinema, poi ho fatto il politico”- sono stati festeggiati i 94 anni del leader della sinistra italiana. Impegno e militanza, ma anche e soprattutto cinema e poesia: due passioni che hanno caratterizzato tutta la sua vita, passata per il Novecento
Festeggiare un uomo che ha “scavalcato”, come dice lui stesso, “un tempo grande e terribile” come il Novecento. Sintetizzare in un solo incontro una vita intensa che oggi tocca i 94 anni e che lo ha visto, soprattutto in quel tempo grande e terribile, calcare la scena della storia e della politica da protagonista. Il compleanno di Pietro Ingrao ha riunito oggi, nella sala Luigi Di Liegro della Provincia di Roma, esponenti politici (da Fausto Bertinotti e Paolo Ferrero a Walter Veltroni e Piero Fassino) e amministratori locali (l’assessore alla Cultura Cecilia D’Elia), personaggi legati al mondo della cultura (Gianni Borgna), intellettuali ed artisti (il regista Carlo Lizzani e il direttore di Filmcritica Edoardo Bruno). Un’iniziativa pubblica organizzata dal Crs di Mario Tronti, a cui è stata affidata l’apertura dell’evento con cui si è festeggiato un padre nobile della sinistra. Perché Ingrao è stato sicuramente questo, ma anche molto di più.
Ed è questa sua complessità che si è voluto scandagliare, discutendo di aspetti solo apparentemente secondari, come la passione per il cinema e la poesia. La stessa che ha imbevuto l’attività politica, che ha supportato dunque un’esistenza polimorfa ma sempre caratterizzata sentimentalmente in modo forte. “Volevo fare il cinema, poi ho fatto il politico” è stato infatti il titolo scelto dal Centro di ricerca presieduto da Mario Tronti per festeggiare questo compleanno. Partendo appunto da una verità insindacabile: Ingrao è stato artista tanto quanto è stato dirigente politico. “Un doppio cammino perché sono un uomo doppio”, dice di se stesso in questa sala in cui è il festeggiato.
Una relazione, quella con il cinema, “iniziata in modo singolare” attraverso la lettura de Il 21, un foglio di critica cinematografica diretto dai fratelli Pasinetti ed edito dai Gruppi universitari fascisti: “qualcosa di cui non ci si deve scandalizzare”, spiega Ingrao, tenendo conto che allora “vivevo a Formia, in provincia, e c’erano il fascismo e il nazismo, e cercavo una mia strada”. Ed anche la poesia arriva in un modo altrettanto singolare, quando “partecipai ai littoriali di Firenze e arrivai terzo”. Anche questa, “una macchia che non riesco a levarmi di dosso”, commenta, invitando a contestualizzare tali scelte, il passaggio giovanile nel mondo del (primo) fascismo allora dilagante e dettato più dal dominio dei tempi che dalla consapevolezza.
La sala buia, le immagini che si susseguono, l’arrivo di “questo grande linguaggio” nel nostro paese: fu Gianni Puccini che lo instradò alla nuova arte, portandolo a villa Torlonia, casa del Duce, “ma anche spazio in cui sorgeva una casetta che stampava la rivista Cinema, diretta proprio dal figlio di Mussolini”, ricorda Ingrao. Ed è a villa Torlonia che arriva Rudolf Arnheim, grande teorico del cinema che “parlava alla nostra passione di pischelletti”. Nostra, cioè di Ingrao, ma anche di Puccini e di Giuseppe De Santis.
E poi la frattura, la stessa che racconta nel libro autobiografico Volevo la luna: un giorno a piazza Indipendenza a comprare Le Monde in edicola, il 17 luglio del 1936 per la precisione, e la lettura dell’arrivo di Franco in Spagna. “Lì c’è stato lo stacco della mia vita, quando ho deciso di cambiare i libri sulla scrivania”, cioè quando “ho scelto di fermarmi col cinema per iniziare la lotta antinazista e antifascista”.
Un periodo durante il quale soffre la malinconia e sperimenta la solitudine, in cui ci si trova di fronte all’estrema ratio: “non ho mai sparato, ma sparare era l’unica difesa da Hitler”. Eppure in questa stagione di militanza e lotta, l’amore per il cinema resta a covare dentro, come qualcosa di non asportabile nemmeno nel frangente storico più tragico: cambiano sicuramente le priorità, il politico divora il privato degli interessi, ma il cinema è comunque lì, nell’intimo, per altro richiamando la politica senza inconciliabilità.
Non a caso in Charlie Chaplin, nel suo Charlot, Ingrao identifica la passione per una cinematografia che si fa messaggio politico: “il grande poeta e artista del nostro secolo”, lo definisce. Nel protagonista di Tempi moderni, si riconosce infatti “l’eroe della strada che resiste alla società capitalista dei primi vent’anni del secolo”, ha scritto Ingrao in un testo che è stato letto, insieme ad altre sue poesie e a quelle di Leopardi e Montale, dall’attrice Sonia Bergamasco.
Ma è una scena in particolare, ricorda sempre Ingrao, che “non ho mai dimenticato per tutta la vita”. C’è un uomo, miserabile e vagabondo, davanti ad una bottega di fiori. Dentro, la donna che ama, appena ritornata dal Vecchio Continente dove si è recata per farsi curare dalla cecità. Lei inizialmente non lo riconosce, lui non le parla. Ma quando con la mano la donna tasta la banda della giacca e accenna il riconoscimento, lui le fa solo un segno di assenso con la testa, lentamente, drammaticamente. “Una pazzesca passione umana”, “una scena di grande speranza”. Che Ingrao ha portato dentro per tutto un secolo, così come la poesia di Leopardi, che infatti cita pronunciando “sempre caro mi fu questo ermo colle”: un’opera, quella dell’autore de L’infinito, che per l’ex dirigente del Pci è “indimenticabile, una ricchezza per noi”.
E poi il dubbio, asse intorno a cui deve ruotare la vita: “ho combattuto per il delitto di dubitare, per la sua fecondità”, del resto “dogmi c’erano. Anche dalla mia parte”, ammette Ingrao, indicando nel presente e in Berlusconi “la riprova di quanto serva la pratica del dubbio”. Soprattutto adesso, in una società che lo spinge a sentirsi “molto incazzato” per un’involuzione culturale che lo allarma: “a scuola non si studia la guerra di Spagna e l’inaudito che venne dopo”, sui banchi Se questo è un uomo di Primo Levi “dovrebbe essere una lettura obbligatoria”. I giovani non conoscono abbastanza dei lager e di cosa sia stato quel Novecento, “cosa sanno dell’apice della devastazione umana, del massacro della storia?”, chiede.
Raccontare la clandestinità contro i fascismi che infettavano l’Europa ma anche il mito della resistenza spagnola; la nascita della Repubblica democratica nel paese e il lungo cammino nel Pci, spesso passato per momenti difficili, che portano i nomi dell’Ungheria e di Praga, i numeri del 1956 e del 1969, i volti dei compagni de Il manifesto. E la direzione de L’Unità e la presidenza della Camera, primo comunista ad arrivare sullo scranno più alto di Montecitorio. Pds e Rifondazione, fino a toccare l’esortazione più recente, in occasione degli Stati generali della Sinistra nel 2007, per chiedere accoratamente unità, davanti ad una platea che gli ha riservato un’accoglienza calda e amorevole, così tanto da non poterla ridurre ad educazione solo formale. Appunto il cinema e la poesia. Ingrao ha vissuto tante vite e molte passioni, un esistere pieno fino all’orlo del vaso della vita. Perciò nel “ecco, tutto qui”, che pronuncia a fine del suo intervento commentando l’autobiografia appena accennata, c’è condensata tutta l’ironia di qualcuno che in quella stessa frase non ci crede.

HOME | MAPPA DEL SITO | CONTATTI | ISCRIVITI |
TUTTI I CONTENUTI DEL SITO SONO DISTRIBUITI SOTTO LICENZA CREATIVE COMMONS | CREDITI