Alla camera la strategia della lumaca
Il manifesto 31/03/09
BIOTESTAMENTO
Eleonora Martini ROMA
ROMA
La parola d’ordine è frenare. A Palazzo Montecitorio l’approccio sul testamento biologico è decisamente più cool che nell’altra ala del Parlamento. Sarà perché in Commissione Affari sociali, a cui molto probabilmente verrà assegnato il ddl Calabrò licenziato giovedì scorso dal Senato e già trasmesso alla Camera, sono impegnati con gli emendamenti alla legge sulle cure palliative e le terapie del dolore. Sarà che il calendario dei lavori risulta «fitto fitto» – come dice la capogruppo Pd in XII Commissione, Livia Turco, che per il momento non ne vuole nemmeno sentire parlare – almeno per le prossime settimane. E che, una volta calendarizzato, il testo Calabrò dovrà comunque essere confrontato con un’altra decina di proposte di legge in materia di fine vita, tante decisamente più pro-life e altrettante decisamente più liberali. E c’è poi l’ulteriore incognita della commissione Giustizia, a cui sono stati assegnati altre proposte di legge e che potrà essere chiamata a un’analisi congiunta con la commissione Affari sociali.
Una cosa, però, è certa: il congresso del Pdl è finito e ora, dopo che Gianfranco Fini ha bollato la legge come degna di uno «stato etico», nell’emiciclo destro ci sono più orecchie disposte ad ascoltare la richiesta di una pausa di riflessione. «Un ripensamento», come l’ha chiamato la senatrice radicale Emma Bonino che ieri ne ha rinnovato l’auspicio, necessario anche secondo il Comitato centrale della Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri che chiedono al Parlamento di «riflettere sul carattere non vincolante delle Dat e sulla possibilità di interrompere alimentazione e idratazione artificiale».
È anche un’altra certezza che il presidente della XII Commissione, Giuseppe Palumbo, è sì uomo di Berlusconi ma anche un ordinario di ginecologia e ostetricia che, oltre ad aver proposto modifiche agli articoli più liberticidi della legge 40 sulla fecondazione artificiale, ha già detto che alla Camera la legge sulle Dat «potrà essere sicuramente migliorata anche grazie alla presenza di una vasta area liberale». E in effetti c’è chi, come il radicale azzurro Benedetto Della Vedova «conferma e rilancia» le sue previsioni: «Credo che nel Pdl ci siano almeno una cinquantina di deputati che non siano disposti a votare il testo Calabrò». Anche se Della Vedova confida «più nell’Aula che nei deputati della commissione». E forse ha ragione, visto che la commissione Affari sociali annovera tra i suoi membri deputati pro-life come Barbara Saltamartini, Domenico Di Virgilio e Benedetto Fucci, o formigoniani come Giancarlo Abelli. D’altra parte, come ha fatto notare un infastidito Maurizio Gasparri, la posizione di Fini è ancora minoritaria nel Pdl. Eppure c’è chi giura che basta dare tempo al tempo e aspettare che le coscienze smosse dalla terza carica dello stato si liberino dal vincolo di riconoscenza che li lega al leader indiscusso. Fini, d’altronde, non è apparso affatto scosso dalla mancata replica di Berlusconi durante le conclusioni del congresso: «Non sempre si danno le risposte il giorno dopo su questioni così importanti e destinate a durare nel tempo; le risposte si forniscono dopo averle approfondite e dibattute», ha detto ieri da Bagheria.
Anche per il Pd, però, l’iter del ddl Calabrò a Montecitorio «non sarà una passeggiata» (parole di Livia Turco). In commissione Affari sociali, infatti, sono già pronti alla battaglia (interna) i teodem Mosella, Calgaro e Paola Binetti. Ne rivedremo delle belle.

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