Se l’Europa rinuncia al «diritto d’ospitalità»
Il manifesto 29/03/09
UE Lampedusa simbolo della negazione
Gilbert Achcar
Il centro di identificazione ed espulsione di immigranti «illegali» a Lampedusa è diventato il simbolo del trattamento riservato ai «boat people» del continente africano da parte della Fortezza Europa.
Questa «illegalità» degli immigranti non è ciò che viene proclamato o fatto passare attraverso formule come «stranieri in situazione irregolare». È un’illegalità decretata in virtù di una categorizzazione frutto di un’Europa che ha quasi abolito l’immigrazione «legale» delle persone provenienti dal continente africano. Non si tratta della violazione da parte di persone internate di una legalità rispettosa dei diritti umani. Si tratta piuttosto della conseguenza di una negazione dei diritti umani da parte della potenza sovrana. Le persone «trattenute» a Lampedusa, come negli altri centri di detenzione europei, vengono private fin dall’arrivo del «diritto di ospitalità», elemento centrale del diritto cosmopolita, quello che Emmanuel Kant definiva «il diritto dello straniero, una volta arrivato in un territorio di altri, a non essere trattato come un nemico».
Il «diritto di visita», ossia il diritto alla libera circolazione, che l’Europa riconosce ai cittadini dei paesi ricchi accolti senza bisogno di visto, viene negato ai cittadini dei paesi poveri – quegli stessi paesi che aveva annesso come colonie, solo qualche decennio fa, assoggettandone le popolazioni. Certo, il diritto di visita non equivale a un diritto d’accoglienza, come spiegava Kant, cioè il visitatore non può invocare il diritto di stabilirsi nel paese visitato e di beneficiare dei vantaggi riservati agli autoctoni. Notiamo tuttavia che quanti sono contrari al diritto all’immigrazione in virtù di questa distinzione non fanno in generale nulla affinché sia effettivamente riconosciuto il diritto di visita, o «il diritto di ospitalità».
Inoltre, per i cittadini di paesi africani non si tratta di un diritto d’accoglienza generico – che pure viene riconosciuto de facto ai cittadini dei paesi ricchi. Per questi ultimi, lo fa con il pretesto di una reciprocità che pure non viene accettata come condizione sufficiente nel caso dei paesi poveri, che accorderebbero volentieri un diritto d’accoglienza reciproco agli europei. Si tratta piuttosto di un diritto alla riparazione, in compensazione del saccheggio del continente africano da parte degli europei, tanto sottoforma del saccheggio diretto esercitato durante il lungo calvario coloniale che sotto forma del saccheggio indiretto per mezzo dello scambio ineguale a partire dalla decolonizzazione Un saccheggio e una soggiogazione che hanno creato il «sotto-sviluppo», come condizione durevole di cui l’Africa, come il resto del mondo già colonizzato, possono difficilmente uscire attraverso i loro soli sforzi nel quadro di un sistema mondiale di essenza gerarchica.
In riparazione del lungo saccheggio e dei crimini contro l’umanità che l’Europa e le sue propaggini nelle Americhe hanno commesso nei confronti dei paesi e delle popolazioni dei continenti colonizzati, la giustizia elementare esige la combinazione di due azioni: un diritto di visita senza restrizioni per i cittadini dei continenti più poveri (oltre che il rigido rispetto del diritto d’asilo per i perseguitati) e un piano massiccio di finanziamento dello sviluppo e di trasferimento di tecnologia agli ex paesi colonizzati, accompagnato dalla formazione massiccia dei loro cittadini, sia all’interno dei paesi interessati che in Europa. Non potendo riconoscere un diritto d’accoglienza agli ex colonizzati, ossia l’obbligo di fornire loro un lavoro o un reddito minimo, l’Europa ha il dovere di fornire a questi paesi un aiuto massiccio, e non le misere briciole che concede loro oggi per farli uscire dal sottosviluppo.
Ponendo come uniche condizioni a questo aiuto massiccio il rispetto dei diritti umani e la democrazia, l’Europa finirebbe per realizzare quella «missione civilizzatrice» che si era ipocritamente attribuita quando imponeva il suo barbaro giogo alle colonie. Lo sviluppo delle ex colonie è l’unico modo, giusto ed efficace, di ridurre l’emorragia umana di questi paesi – un’emorragia tanto più grave in quanto coloro che emigrano sono im maggioranza persone utili allo sviluppo locale.
Un Piano Marshall per le ex colonie sarebbe nello stesso interesse dell’Europa e dell’umanità tutta. In questi tempi di grave crisi dell’economia mondiale – una crisi che molti ritengono tanto profonda, se non di più, della Grande depressione tra la prima e la seconda guerra mondiale – ci sono due vie certe d’uscita: o una nuova guerra mondiale come quella che ha messo fine alla depressione degli anni Trenta, strada fortunatamente impossibile perché annienterebbe l’umanità; oppure «una guerra contro la povertà» su scala mondiale, uno sforzo della stessa ampiezza di una guerra mondiale, e non la buffonata così battezzata da Tony Blair e dai suoi pari – una «guerra» molto particolare, dal momento che dovrebbe cominciare dalla riduzione massiccia delle spese militari e dalla loro riconversione per lo sviluppo mondiale.
Un’Europa che ritrovasse gli antichi livelli di crescita potrebbe poi accogliere di nuovo le masse di immigrati del terzo mondo che la sua demografia rende indispensabili al suo sviluppo.

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