«In tutta Europa una generazione che si sente tradita. E va in piazza»
Il manifesto 29/03/09
INTERVISTA Isabelle Sommier, studiosa dei movimenti sociali
Roberto Ciccarelli
Milleuristes spagnoli, «generazione mille euro» italiana, quella dei «650 euro» greca e, ancora, il Cpe in Francia nel 2005. Sono i volti della stessa crisi sociale che ha investito l’Europa ben prima di quella finanziaria. Una condizione che, ormai, apparenta gli studenti universitari con i precari quarantenni. Quelli che ieri erano in piazza a Londra e Berlino, Parigi e Roma. Già nel 2006, un rapporto Eurostat rivelava che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni si era attestato in questi paesi intorno al 23 per cento. Ne è seguito un drastico allungamento del periodo di formazione ed una massificazione di impieghi al ribasso, come ha rivelato la recente inchiesta Almalaurea in Italia. Il risultato, osserva Isabelle Sommier, direttrice del Centre de recherches en sciences politiques della Sorbona, «è un diffuso sentimento di tradimento. Esiste in Europa un’intera generazione che si sente vittima di una promessa non mantenuta quando gli viene proposto un lavoro senza rapporto con la propria formazione».
A Roma per una serie di incontri seminariali (e ieri al corteo per osservare da vicino il movimento italiano), Isabelle Sommier si è da sempre occupata del legame tra le proteste politiche e i movimenti sociali in Italia e in Europa. Un recente bilancio l’ha tratto nel suo ultimo libro La Violence révolutionnaire (Presses de Sciences-Po, 2008). «La disillusione è tanto più forte in quei paesi, come la Francia e l’Italia – dice – che hanno vissuto in pochi anni un salto tra la generazione dei genitori e quella dei figli iper-alfabetizzati. Questa generazione sente di avere perso l’indipendenza che i genitori hanno attribuito al sapere gratuito».
È questa la ragione della radicalizzazione dello scontro sociale in Francia come in Grecia?
Quando non si hanno sbocchi sul futuro, questo è il minimo. Bisogna dire, però, che è solo un’esigua minoranza che attribuisce a questi scontri un significato politico. La maggioranza, come in Grecia, si radicalizza per esasperazione. Sono presi dal fuoco dell’azione. In Francia ci sono gli stessi ingredienti, salvo la corruzione politica e sociale che non è delle stesse dimensioni. La radice però è comune: non esistono più mediazioni politiche a disposizione di questa generazione.
Quanto conta in questo processo la dissoluzione della sinistra?
I suoi militanti sono sociologicamente distanti dalle nuove generazioni. Questa dissoluzione non può essere attribuita solo alla mancanza di un lavoro politico sul territorio. I socialisti francesi sono il partito dei ceti medi. La crisi ha investito questa base sociale, ma loro sono troppo presi dai propri giochi interni per accorgersene. Le dico soltanto che è stata la Medef (la Confindustria francese, ndr) a chiedermi di fare un seminario sulla precarietà, non loro. Per la sinistra, la lotta contro la precarietà è poco più di uno slogan. Sembra essere più interessata al mandato parlamentare.
Pensa che il problema sia culturale?
Proprio così. La sinistra ha una cultura che non comprende ciò che Robert Castel ha definito désaffiliation sociale, cioè l’assenza della garanzia di un lavoro permanente che produce isolamento sociale. Con questo non voglio dire che la zona di vulnerabilità sociale sia unica per tutti. Esiste una forte separazione tra i movimenti di cui parliamo, ad esempio quello che da sette settimane sta mobilitando le università francesi, e i banliueusards. Non è raro vedere questi giovani aggredire gli studenti per derubarli durante le manifestazioni.
Come si spiega la crescita del Nouveau parti anticapitaliste (Npa) di Olivier Besancenot, dato all’8-10 per cento alle prossime europee?
Si spiega con il fatto che in Francia non c’è stata la cesura con i movimenti degli anni Settanta come in Italia. Sono storie diverse, ma per me questo è un elemento significativo. L’Npa rappresenta un’area militante, sindacale, culturale di origine maoista e libertaria che, a partire dalla crisi del ’68 francese, è riuscita a radicarsi nei movimenti, penso a quello dei senzatetto, dei sans papiers e ad una serie di associazioni dei precari. Forte è anche la presenza nel sindacalismo di base attivo sin dagli anni Ottanta. A differenza dei socialisti e dei comunisti, questa area ha dimostrato una sensibilità per i cambiamenti sociali. Parliamo di una realtà consolidata che è diventata nel tempo una scuola politica. Molti socialisti, come Henri Weber, hanno iniziato da qui. La figura di Besancenot è il simbolo della nuova generazione: un laureato dequalificato che ha un master e fa il postino. Una parte del suo consenso viene dai trentenni che si riconoscono nella sua situazione e criticano la mancanza di un ricambio generazionale ostacolato da chi è andato al potere con il ’68.
La Cgil ha mostrato timide aperture rispetto al movimento dell’Onda che ha riportato l’attenzione su questi problemi in Italia. Qual è il rapporto tra il sindacato, i partiti e i movimenti in Francia?
Di comunicazione. Lo si è visto nelle lotte contro il Cpe, contro la riforma universitaria e nello sciopero generale della settimana scorsa. Ricordo però, quando sono nate le prime associazioni dei precari, nei primi anni Novanta, la Cgt sostenne che non erano rappresentative. Dopo il movimento degli stagisti del 2005 l’atteggiamento è cambiato. La Cgt ha attivato comitati per i disoccupati, ha assistito i sans papiers nella ristorazione. Ha dovuto rispondere alla concorrenza dei sindacati di base.

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