La rabbia e la paura nella polveriera dei campi rom

Repubblica 26-03-09

Nelle baraccopoli alla periferia della capitale, tra bambini che si prostituiscono e adulti la cui aspettativa di vita non va oltre i cinquant´anni. Un popolo di invisibili, espulso dalla città in nome della sicurezza. Che ora si prepara a scendere in piazza per protestare
“Viviamo segregati in container o in ghetti senza acqua né luce. E siamo stanchi di subire: vogliamo batterci per i nostri diritti”
“Impronte e retate hanno fornito agli italiani la certezza che un´intera minoranza sia composta da criminali”

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Non tutti, ma quasi, e tanto. Molti ragazzini hanno gli occhi liquidi della cocaina. È un ghetto conosciuto, lasciato a se stesso e oltre il raccordo anulare ce ne sono altri. La periferia di Roma, con 53 campi censiti e una massa di rom in fuga da sgomberi, retate e spedizioni punitive, è il simbolo dell´aggiornato antigitanismo italiano. In un anno, la campagna elettorale più razzista del dopoguerra ha sconvolto la capitale e reso irriconoscibile il Paese. Il rifiuto passivo, dopo la battaglia di Ponticelli, ha oltrepassato il confine decisivo dell´odio attivo. L´intolleranza storica precipita in una zingarofobia autorizzata, nella confusione etnica, a ignorare i diritti umani. Eppure l´Italia è la nazione europea con la percentuale più bassa di zingari: tra i 140 e i 170 mila. Vivono qui dal 1300 e il 70% di loro sono cittadini italiani. Dopo la chiusura dei lager nazisti, dove assieme agli ebrei sono stati sterminati tra i 200 e i 500 mila zingari, solo l´Italia li confina in campi recintati. Sono persone scappate dalle guerre slave, o dalla fame romena.

Roma è l´epicentro dei rom. I censiti sono settemila, ma quasi ventimila ci abitano da decenni. Negli accampamenti l´attesa di vita è la più bassa dell´Occidente: 50 anni, oltre venti meno degli altri italiani. Solo 9 rom, tra i registrati, hanno più di ottant´anni. Tra i 13 mila minorenni, vanno a scuola in 2500: la scolarizzazione più bassa del continente. Due sono iscritti in un liceo, nessuno si è mai laureato. Vagano per le strade 2 mila bambini. Dallo scorso luglio, dopo l´esplosione di terrore e violenza anti-rom, sono fuggiti dalla capitale in 1600. Solo cinque campi, attrezzati dal Comune, sono allacciati alla luce. Nessuno è dotato di acqua potabile e fognature. A nessuna famiglia rom, da anni, viene assegnato un alloggio in muratura. «Ma oggi ? dice a Fonte Nuova il mediatore culturale Graziano Halilovic ? viviamo i giorni più drammatici dalla sconfitta del fascismo. L´odio scatenato dalle accuse contro i romeni, da una politica che liberalizza la caccia, chiude la porta del lavoro nero. Senza reddito non si può rinnovare il permesso di soggiorno, né garantire una cittadinanza ai figli. Il prezzo del ferro, in pochi mesi, è crollato da 37 a 6 centesimi al chilo. Chiedere l´elemosina è diventato reato. I campi sono il marchio di un destino: l´emarginazione nella criminalità». Una settimana nelle baraccopoli degli zingari e dei romeni, espulse oltre il raccordo anulare, chiarisce l´esito dell´emergenza zingari proclamata nella capitale e in Italia.
Castel Romano, sulla Pontina, è lo specchio del misericordioso apartheid nazionale. Da otto anni mille rom sono chiusi nei container piantati nel nulla. I due «villaggi-modello» sono recintati. Il nuovo regolamento vieta di entrare, o di uscire, senza tessera di riconoscimento, permesso e registrazione. Dopo le 22 i cancelli si chiudono per tutti. È un carcere camuffato da accampamento per terremotati. Una distesa di polvere, senza un albero, assediata dall´immondizia e isolata in un deserto. La fermata dell´autobus dista due chilometri, il primo supermercato 10 più in là, oltre Pomezia. La scuola è a 35 chilometri. Quattro ore di pullmino al giorno. I bambini entrano in classe alla terza ora ed escono alla penultima. Se c´è troppo traffico vengono riscaricati nel campo a mezza mattina. I maschi passano i giorni semiassopiti su cumuli di coperte e lisi tappeti anneriti. Otto-dieci persone mescolate in trenta metri. La televisione, sempre accesa ad un volume sorprendente, copre ogni altro rumore. «La cosidetta emergenza ? dice Paolo Ciani della Comunità di Sant´Egidio ? sta innescando un processo devastante. Censimenti, impronte e retate hanno fornito agli italiani la certezza criminale di un´intera minoranza non riconosciuta. Continuiamo a definire “nomadi” cittadini italiani stanziali da generazioni, o slavi costretti ad abbandonare le loro case. Stiamo accettando la tragica falsificazione culturale di una politica vigliacca, che smaltisce migliaia di persone nelle discariche. Dipinge i rom come accattoni, sporchi, delinquenti e ladri di bambini: sono le teorie che hanno legittimato il loro sterminio nei campi dell´olocausto ebreo».
La baraccopoli abbandonata a Tor de´ Cenci è il prodotto dell´ignorato «caso zingari». Ottocento bosniaci e macedoni, con 108 bambini, occupano i ripari allestiti dieci anni fa. Il Comune ha sospeso ogni servizio. Alcuni container sono adibiti a laboratori per le droghe. Nei quartieri della Pontina questo ipermercato, controllato da italiani, viene chiamato «piccola Colombia». Mercedes e Bmw molto pulite sono parcheggiate tra muri di ferri vecchi. I boss rom, per non perdere controllo e rispetto, si autocondannano a esagerare nella merda. «Qui ? dice Hasko, falegname disoccupato in Italia dal 1978 ? si esce subito dall´umanità e si passa tra gli abusivi sulla terra. Il passaggio dalla delinquenza famigliare alla criminalità organizzata, si sta completando. Dopo gli zingari, Roma espelle nelle periferie anche i trafficanti: un tacito accordo per mostrare al mondo un centro pulito e denunciare alla nazione i campi dello spaccio. Ci siamo ridotti a fare i becchini: e i nostri figli muoiono di overdose, o di Aids, prima di noi». È l´epilogo anche dei campi divisi di via dei Gordiani. L´area è blindata, videosorvegliata e inaccessibile come una caserma. Decine di maschi sono in carcere, le donne vendono rose in centro e quaranta bambini frequentano le elementari “Ikbal Masih”, esempio di accoglienza. Attorno alla Casilina monta però la marea della rabbia. Comitati di genitori, da settimane, manifestano contro gli zingari nelle scuole. Gli scolari rom sono confinati a disegnare negli ultimi banchi. Si invocano bus per evitare che gli adulti si avvicinino agli istituti. «Ormai ? dice Santino Spinelli, docente universitario rom e musicista ? viviamo nell´incubo di controlli di polizia e spedizioni punitive autogestite. Si confondono i rom con i romeni, timbro dell´infamia, nell´interesse di partiti che lottizzano anche i fondi per le vittime delle pattumiere sociali. Roma e l´Italia sono oggi responsabili di una segregazione razziale unica nell´Occidente, che presenta i campi nomadi come cultura zingara. Invece sono ghetti, un redditizio abuso sociale dove si scatena il peggio. Rom e sinti, più degli immigrati africani, per lavorare devono nascondere la propria identità. Nella capitale, da mesi, nessuno assume più un rom: dopo lo stupro alla Caffarella, se scoprono che esci da un campo, ti dicono “via o ti sparo”».
Decine di sgomberi lungo il Tavere e l´Aniene, presentati dalla propaganda come «successo della linea dura sull´ordine pubblico», moltiplicano i micro-accampamenti ai margini della città. Gruppi di rom e di romeni, cittadini italiani o della Ue, apolidi, rifugiati politici e clandestini, occupano canneti, terreni abbandonati, grotte e fognature. Ostia, Castel Fusano, Castel Porziano, tutto il raccordo tra Pontina, Collatina, Casilina, Tiburtina e Prenestina, La Rustica, Magliana, Tor Pagnotta e Tor Bella Monaca, sono imbottiti di invisibili miserabili dai diritti negati. Marisela, per un anno, ha vissuto in un canale di scolo sulla Salaria. Sembra una bambina. Ha partorito fra i topi, prima di essere arrestata e spedita nel centro per immigrati di Ponte Galeria. Con lei e gli africani, centinaia di rom che nessuno può espellere, o regolarizzare, perché i loro Paesi, come essi stessi, «non esistono più». Ora è felice perché vive nel camping di via della Cesarina, in una fradicia roulotte di sette metri. È un campo «chiuso» e sorvegliato da un branco di rottweiler. Tra 170 rom c´è anche Jorgu Danut. Fa il body-guard, ha una moglie devastata dall´obesità, due figli sposati e disoccupati che vivono stipati con lui. Fino a novembre guadagnava 400 euro al mese. «Poi il crollo ? dice Marisela – Un anno fa con l´elemosina si raccattavano 30 euro al giorno. Adesso, nemmeno dieci. È la crisi: ma le persone, anche se ci conoscono, non si fermano più». Ieri, la spietatezza della prova. Zora, vecchia serba del campo Salviati Due, fa la carità nella stazione Termini. Si sposta poi nella metropolitana, fino a Ponte Mammolo. Tra le 14 e le 19 raccoglie 3,10 euro. Cinque persone le infilano tra le dita una moneta da 1 centesimo. «La difficoltà finanziaria ? dice lo storico Marco Impagliazzo ? fa emergere la realtà italiana più profonda: un´intolleranza spirituale, oltre che culturale. Sui più indifesi non si scarica la crisi, ma il vuoto. Abbiamo perso la visione dello Stato, ma anche dell´esistenza. L´Italia è un Paese senza obiettivi, senza fiducia, ma soprattutto privo di una politica che indichi una direzione. Per questo, grazie ai campi-ghetto dei rom, si scatenano ora spettri di rancori antichi, non storicamente elaborati».
Per capire come l´antigitanismo sia una causa della crisi, e non il suo effetto, basta venire in uno dei due mercati rom ripresi dopo un anno a Roma. Per piazzale Flaiano, al mattino, i taxisti rifiutano la corsa. La catena delle povertà, che ormai integra i miserabili solo verso il basso, inizia qui. I cassonetti romani si trasformano in “fiera”. Sull´asfalto, scatoloni di libri, bottiglie di slivovitz, mucchi di scarpe e di vestiti, disegni di bambini, phon, motori da barca, giacconi, manici per scopa e cianfrusaglie da soffitta. Tra i rom, dall´alba, si muovono pensionati, cassintegrati, disoccupati, barboni e rigattieri. Trattano molto e comprano poco. Con dieci euro ci si veste. I vecchi computer vanno a 15. Un vassoio scende da 3 a 1. Due spazzini con la tuta arancione caricano scatole di giochi cinesi per 50 centesimi. Domenica, in via Longoni, si replica in grande tra i viados, che capiscono la strada. «Per i rom ? dice Anna Luisa Longo dell´Opera Nomadi ? i mercati sono la possibilità estrema di sopravvivere. Solo se si tuffano nei cassonetti possono ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. I politici, se manifestano apertura, vengono esclusi dai partiti. Le elezioni ormai si vincono con la paura, con una solida politica contro l´accoglienza». Nel campo di via di Salone, sulla Collatina, lo sanno. Mille serbi, bosniaci e romeni, accusati di inquinare falde acquifere, sono concentrati dietro le sbarre. La stazione del treno, 3 milioni di euro e otto anni di lavori, doveva riaprire mercoledì scorso. Tutto bloccato per «ragioni di sicurezza». I bus, se vedono zingari alla fermata tre chilometri più in là, tirano dritto. Dopo le proteste, per una settimana, è mancata la luce. I container, l´altra notte, sono stati circondati dall´esercito per la seconda volta in pochi mesi. «Soldati con il mitra spianato ? dice don Paolo – hanno costretto gli adulti a farsi identificare lungo il recinto. Gente registrata da anni. Michela, romena, è stata portata via davanti alla figlia. In questura, dopo ore, le hanno comunicato di non aver accolto la domanda di asilo». Emerge il profilo di una capitale sconvolta, incapace di essere più un esempio civile, abbandonata dalla propria storia e consegnata ad un drammatico razzismo gentile, che la paralizza. Il campo del Casilino 900, specchio più noto della persecuzione, è il riassunto di chi siamo. Settecento rom abbandonati da 36 anni in 101 baracche che affondano nei rifiuti, scosse dal fragore dei gruppi elettrogeni. Ladri e spacciatori, qualche assassino, 230 bambini, poveri e malati con l´incubo dello sgombero, prima delle elezioni europee. «Non siamo microbi ? dice Hakija Husovic ? anche se non sappiamo più fare qualcosa. I campi, da ghetti, sono diventati laboratori di odio. Ma il nostro popolo, finalmente, si sta muovendo». Capifamiglia e anziani hanno deciso di «fare politica direttamente». L´8 aprile vogliono portare in piazza ventimila rom, per chiedere case, lavoro e cittadinanza. Però Ferio Agiovic, steso sui copertoni del campo Salviati Uno, non crede che «in queste condizioni gli italiani possano permettersi di rimanere buoni». La vede salire, nelle periferie dei un ex Paese, questa condanna disperata all´isolamento. La figlia nata a Roma parla solo romanesco. Ieri ha perso il posto nella «pizza al taglio» di via dell´Astronomia. Con l´ultimo censimento l´hanno scoperto, che resta una rom. Lui ha comprato subito una borsa di «Gratta e Vinci». Raschia fino a notte, e prega, per vedere di farle la sorpresa.

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