Pena di morte in aumento 2.390 giustiziati, 1.718 in Cina
Secolo XIX 25/03/09
La denuncia di amnesty international
Nel 2008 meno Paesi in cui ha operato il boia, ma più esecuzioni e condanneIn Iran impiccagione e lapidazione, in Arabia Saudita decapitazione pubblica
ROMA. Diminuiscono i paesi in cui vengono eseguite condanne a morte, ma aumenta il numero delle persone uccise dal boia. Nel 2008, secondo i dati forniti da Amnesty International nel suo rapporto annuale, sono state giustiziate almeno 2.390 persone in 25 paesi. In forte aumento anche le condanne a morte emesse nel 2008: 8.864 in 52 paesi contro le 3.347 dell’anno precedente.
Il record di esecuzioni è della Cina che da sola ha messo a morte almeno 1.718 condannati, il 72% del totale mondiale. E sono cifre approssimate, probabilmente inferiori alla realtà, visto che il governo cinese non fornisce dati ufficiali. Così come l’Iran, secondo nella classifica con almeno 346 esecuzioni, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l’impiccagione e la lapidazione, e l’Arabia Saudita, con 102 persone messe a morte, in genere tramite decapitazione pubblica.
Negli Stati Uniti nel 2008 sono state effettuate 37 esecuzioni – il numero più basso dal 1994 -l18 delle quali in Texas. Un passo indietro lo ha fatto invece il Giappone, dove le esecuzioni nel 2008 sono state 15, il numero più alto dal 1975.
Il rapporto segnala i paesi in cui sono state emesse condanne a morte al termine di processi iniqui, come Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen; l’uso spesso sproporzionato della pena di morte nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose in paesi come Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti e Sudan; il costante rischio che vengano uccisi innocenti, come è dimostrato dal rilascio l’anno scorso negli Stati Uniti di quattro detenuti già nel braccio della morte, che si erano sempre proclamati non colpevoli e che sono stati riconosciuti tali grazie all’esame del Dna.
Ma qualcosa si è mosso nel mondo grazie anche due risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per una moratoria della pena capitale. Nel 2008, sempre secondo il rapporto di Amnesty, solo 25 paesi dei 59 che ancora mantengono la pena di morte hanno eseguito condanne capitali.
In Europa, la Bielorussia è l’unico ad eseguire condanne a morte. Amnesty International rileva che «non esistono dati ufficiali», stimando che «più di 400 persone siano state messe a morte dal 1991, anno in cui la Bielorussia è diventata indipendente. L’intero procedimento che riguarda la pena di morte è avvolto dal segreto – si legge nel documento di Amnesty – i prigionieri e i loro familiari non sono informati sulla data dell’esecuzione, effettuata con un colpo di pistola alla nuca; il corpo del condannato non viene restituito alla famiglia, né viene detto dove sia sepolto». L’applicazione della pena di morte nel paese «è aggravata da un sistema di giustizia penale viziato, dove tortura e maltrattamenti sono utilizzati per estorcere le “confessioni” e i condannati non hanno accesso alle legittime procedure d’appello», denuncia Amnesty.
Amnesty rileva ancora che «le esecuzioni hanno luogo oggi in un piccolo numero di paesi». «Questo dimostra – ha dichiarato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International in occasione della diffusione del rapporto – che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. Ma centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei paesi che ancora non hanno abolito la pena capitale». «La pena di morte – ha detto ancora Irene Khan – è la punizione estrema, è crudele, inumana e degradante. Nel XXI secolo non dovrebbe esserci più posto per decapitazioni, sedie elettriche, impiccagioni, iniezioni letali, fucilazioni e lapidazioni» .
Le risoluzioni Onu sono stati strumenti importanti per incoraggiare gli Stati che mantengono la pena capitale a rivederne l’uso o in alcuni casi ad abolirla. Oggi secondo Amnesty, il 75 per cento dei paesi del mondo ha rinunciato alla pena di morte. Ma ancora non basta.
Giuseppe Giannotti

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