Gomorra MESSICANA
Il Manifesto 25-03-09
Più morti, più coca, più violenza e barbarie: questo il bilancio di due anni della «guerra al narco traffico» del presidente Calderón. Che ora è penetrata anche nelle città Usa UN PAESE NELLA MORSA DELLA NARCO-PIOVRA
CITT�? DEL MESSICO
È da venerdì 13 marzo – una data con cattiva reputazione – che Ciudad Juárez, al confine con gli Stati uniti (sull’altra sponda del Rio Bravo c’è El Paso, Texas) si sta riempiendo di soldati: cinquemila in tre giorni, spediti con la consegna di «riportare l’ordine».
Aggiunti ai 3.500 soldati che già vi si trovavano, ai 2.300 agenti della polizia federale, ai 1.600 della polizia locale, questi militari configurano un vero esercito d’occupazione, ma la loro efficacia è ancora tutta da dimostrare. L’esercito impiegato in funzioni di ordine pubblico ha suscitato finora più critiche che lodi e i colpi che ha inferto alla delinquenza organizzata, per quanto amplificati dall’informazione governativa, non rappresentano che scalfiture a una struttura solida e auto-riproduttiva come quella del narco-traffico.
Ciudad Juárez, oggi, è il luogo geometrico della violenza e dell’insicurezza, «buco nero» del Messico neo-liberista, città di manodopera a basso costo dove si è creato il neologismo «feminicidio» e le donne continuano a sparire senza che nessuno faccia niente.
Sulla terribile realtà di Ciudad Juárez e sul suo triste primato in omicidi violenti di giovani donne esistono dossier in internet (come in www.cimacnoticias.com). Sono apparsi libri scioccanti – Huesos en el desierto di Sergio Gonzalez Rodríguez, Juárez, the laboratory of our future di Charles Bowden, Las muertas de Juárez di Rohry Benítez e altre tre giornaliste – e documentari di denuncia, come il famoso Señorita extraviada di Lourdes Portillo, girato nel 2000 ma arrivato solo di recente al circuito internazionale. E, ultimamente, film di fiction come Bordertown di Gregory Nava e Backyard di Carlos Carrera.
Come in una novella di Jack London – ma mentre lì era una setta anarchica, qui si tratta di una banda di narcos – l’avviso è chiaro e diretto: o fai quello che ti diciamo noi o muore uno dei tuoi. Il capo della polizia di Ciudad Juárez, la città più pericolosa del mondo secondo le statistiche, si è dimesso il mese scorso al secondo poliziotto ucciso. Gli avevano promesso di eliminarne uno ogni 48 ore e lui ha voluto evitare un’inutile strage. Nessuno l’ha accusato di essere un vigliacco ma tutti hanno capito che il potere coercitivo dei narcos è ormai di gran lunga superiore a quello dello stato.
Il narco-traffico, in Messico, è lo scheletro dell’economia, la sua prima voce. Un’economia che, irrorata dai proventi petroliferi, fiorisce come cemento sulle coste, villaggi e campi abbandonati, container in entrata e in uscita, eserciti privati, miliardi di dollari «ripuliti» in investimenti rispettabili dai signori della guerra, politici, magistrati e poliziotti venduti, militarizzazione del territorio e corpi decapitati.
Il narco muove la politica interna, il commercio estero, la difesa, le comunicazioni, stipendia vari milioni di persone – dai manovali del terrore e semplici campesinos a giudici, generali, governatori, imprenditori e finanzieri -, tira i fili delle elezioni. Ed ora, ordina apertamente, pubblicamente alle autorità cosa devono fare, quali uomini togliere e quali mettere.
Nel vantare i successi del governo Calderón nella «guerra ai narcos – 27º mese», il ministro dell’economia, tacendo i circa diecimila morti, ha riconosciuto freudianamente che «il prossimo presidente avrebbe potuto essere un narco».
A soffermarsi sulle dichiarazioni dei ministri messicani, l’impressione è quella della sparatoria da saloon, tutti contro tutti. E nelle strade di Ciudad Juárez, Tijuana, Culiacán, l’impressione si rafforza, la gente vive sequestrata dalla paura. E, quando ne ha i mezzi, si trasferisce all’«otro lado», negli Stati uniti.
Non c’è cosa che faccia imbestialire di più il governo Calderón come sentire che i potenti vicini del nord hanno dichiarato il Messico un «failed state», uno stato fallito. E che il vice-ammiraglio Dennis Blair, capo dei servizi d’intelligence statunitensi, abbia parlato di «ingovernabilità» di alcune regioni messicane non ha certo disteso il clima. Il presidente Caldebrón ha invitato aggressivamente eventuali visitatori a verificare di persona la sicurezza di qualunque città: «Io li porto». Può darsi, ma in certi posti solo con un grande spiegamento di truppe, guardie del corpo, elicotteri e blindati.
L’ultimo grido nell’arsenale dei cartelli della droga è il Barrett.50, un fucile da guerra made in Usa di grande potenza e precisione, utilizzato dai cecchini in Iraq. «La gittata supera i 5000 metri, ma è solo nel raggio di 2000 che può segare in due un uomo», dice con orgoglio il marine dimostratore su YouTube. Un giocattolo così, fornito di mirino telescopico e cavalletto incorporato, costa 10 mila dollari sul mercato nero e ha ormai sostituito il vetusto e tradizionale Kalashnikov.
La supremazia militare dei narcos è facilmente spiegabile: ordinano l’armamento più caro e sofisticato oltrefrontiera, specialmente in Texas e Arizona, dove fioriscono le armerie e la vendita è legale, anche se sottoposta a restrizioni. Con un piccolo sovraprezzo, si fanno consegnare gli acquisti a domicilio, con tanto di istruttore. E non si tratta solo dei micidiali Barrett, ma di granate, bazooka, lanciafiamme.
Con questa santabarbara, il vantaggio della sorpresa e le fedeltà comprate nell’esercito e nelle polizie – senza contare che a volte dispongono di vere divise e mezzi militari – i commandos dei cartelli della droga si permettono irruzioni nelle carceri per liberare i compari detenuti, organizzano blitz in città occupate dall’esercito, fanno «prigionieri» nemici e traditori, che ricompaiono inevitabilmente torturati e uccisi, spesso decapitati.
La «guerra al narcotraffico», inalberata due anni fa dal governo Calderón per cancellare il peccato originale di una vittoria fraudolenta, non ha prodotto altri risultati che un aumento nel numero dei morti, un’impennata nel prezzo della cocaina, un approfondimento di barbarie e violenza, decomposizione sociale e una psicosi collettiva in molte città del nord, dove vivere diventa sempre più difficile e pericoloso. E un «effetto collaterale» è la penetrazione della piovra narco oltre il Rio Bravo: è stato il New York Times a denunciare che ormai sono centinaia le città Usa dove sono arrivati i tentacoli della narco-piovra messicana. Esattamente come accadde negli anni ’80 con i cartelli colombiani di Medellin e Cali.
Questa immagine di un paese in preda al caos – dove in realtà il turismo non corre alcun rischio, anzi, si beneficia del crollo del peso – piace poco ai messicani, conservatori o progressisti che siano. Lo scrittore Carlos Fuentes, intervistato al Salon du Livre parigino, dove il Messico è ospite d’onore, ha replicato stizzito a un intervistatore che il suo paese non ha inventato il narco-traffico né la corruzione e comunque che non è l’unico al mondo in cui dilagano queste piaghe (e ha citato il caso Madoff). Strano modo di consolarsi.
Ugualmente patetico è apparso il presidente Calderón quando si è indignato nel trovare il Chapo Guzmán, il più famoso «capo» messicano, fra i miliardari della classifica Forbes e ha gridato all’apologia del reato. La rivista si è difesa dicendo che «non si spara sul postino».
Mille milioni di dollari (ma come li avranno calcolati?), al posto 701 fra i più ricchi del mondo secondo Forbes, Joaquín Guzmán Loera, noto come El Chapo, il tappo, è tutto una leggenda. Fuggito nel 2001 dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande – da allora ribattezzato dall’arguzia popolare Puerta Grande de San Vicente, in allusione alla benevolenza dell’ex- presidente Vicente Fox -, il Chapo, che continuava a dirigere il cartello di Sinaloa dal carcere, utilizzò un camioncino della biancheria come taxi e sfumò nel nulla. Malgrado i cinque milioni di dollari di taglia che gli ha imposto la Dea e le frequenti segnalazioni di una sua presenza in Centroamerica, nessuno è più riuscito a catturarlo.
Sulla figura del Chapo e di altri padrini fioriscono le leggende e i narcocorridos, le ballate popolari che magnificano le gesta dei banditi, il pericolo e la violenza. Ed è proprio questa pericolosità e l’incremento della violenza lungo i più di tremila chilometri del confine – la frontiera fra il nord e il sud del mondo, la più vigilata del pianeta – a preoccupare attualmente il governo di Barack Obama (che proprio ieri ha svelato i suoi piani per combatterla) e a far temere agli opinionisti messicani un imminente sbarco dei marines. «Per liberarci – ironizza Jorge Camil su La Jornada – se non dai nazi, almeno dai narcos».

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