Destra. Le due identità del partito conservatore Un lavoro enorme attende la sinistra italiana: la ricostruzione di un patrimonio ideale degno di questo nome. E dovrà intercettare le tendenze che usciranno dalla crisi

24.3.09 – Repubblica, di Aldo Schiavone

Nella storia politica del nostro Paese non è mai esistito una forza politica di questo tipo. La Dc era un´altra cosa, e l´Msi era saldamente radicato nel neofascismo
Con la fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale potrebbe nascere quel partito conservatore di massa che è sempre mancato nel nostro paese. Prospettive e rischi di un’operazione politica

Un paradosso stringe oggi da vicino la destra italiana. Il berlusconismo le ha consentito un successo clamoroso e insperato. Ma dal berlusconismo dovrà subito uscire, se vuole darsi una prospettiva che regga al futuro.
Nella storia politica del nostro Paese non è mai esistito, finora, un partito conservatore di massa. Un partito, cioè, schierato in modo conseguente sia a destra, sia sul terreno della democrazia. La Dc era un´altra cosa, anche se nel suo amalgama la destra rappresentava una componente essenziale. E un´altra cosa, naturalmente, era l´Msi, intrinsecamente minoritario, e saldamente radicato nel neofascismo fino agli inizi degli anni novanta.
Questa assenza � un´anomalia assoluta rispetto alle altre grandi democrazie dell´Occidente � si spiega con i traumi subiti dall´Italia nella prima parte del suo Novecento: un´epoca di ferro e di fuoco, in cui abbiamo inventato, insieme, il fascismo e la forma europea del comunismo, nel tentativo di venire a capo di un durissimo scontro di classe; abbiamo combattuto due guerre mondiali, e ci siamo dilaniati in un sanguinoso conflitto civile di liberazione nazionale.
Il prezzo lo abbiamo pagato ingessando per i quarant´anni successivi la nostra politica e la stessa democrazia faticosamente riconquistata, immobilizzate entrambe intorno all´ininterrotto primato del centrismo democristiano: in un primo tempo, in una condizione di vera e propria “guerra fredda civile” (negli anni cinquanta); più tardi, in un consociativismo sempre più spinto (legittimato dalla strategia del “compromesso storico”), durato sino alla fine degli anni Ottanta.
E´ stato solo il collasso del comunismo e il crollo dell´impero sovietico che ha spazzato via tutto questo, creando le condizioni per una nostra piena “normalizzazione” democratica. Il processo è stato tuttavia più faticoso del previsto, e su di esso (come ha scritto Ezio Mauro) ha messo ben presto il suo “sigillo” Silvio Berlusconi, con le ben note conseguenze.
Egli si era trovato d´improvviso un´autostrada vuota spalancata innanzi, e si è imposto in un´Italia socialmente, politicamente e culturalmente decostruita da una duplice transizione, post-industriale e post-democristiana; un Paese ansioso di voltar pagina, cui ha saputo offrire uno specchio in cui riconoscersi, una facile ideologia acquisitiva e mercatista che sembrava al passo con i tempi, e un´interpretazione scarnificata e leaderistica della democrazia, ai limiti del sovversivismo, in sintonia con alcuni caratteri profondi della nostra identità. Non è riuscito a imporre un´autentica egemonia sul Paese, ma ci è andato vicino, e soprattutto è stato capace di incunearsi nel rapporto fra sinistra e modernizzazione, che si era già spezzato negli anni Ottanta, e a interporre, nel varco che si era creato, la propria narrazione, i propri simboli, la propria messa in scena, ricongiungendo � nel sentire della maggioranza degli italiani �nuova destra e nuova modernità, antistatalismo e leggerezza consumistica.
Ma ora anche questa stagione sta finendo. La crisi sta disegnando per noi un altro orizzonte, ben lontano dall´orgia di mercato che abbiamo finora vissuto. Nell´Europa e nel mondo che usciranno dalla recessione, quello che abbiamo conosciuto e identificato finora come “berlusconismo” non avrà più spazio. È irrimediabilmente la canzone di un´altra età, di quell´Italia liquefatta dall´impeto della deindustrializzazione e stordita dalla scomparsa del vecchio sistema dei partiti, che ormai ci stiamo lasciando alle spalle. Può darsi che il vecchio leader riesca, con un colpo di teatro, a sopravvivere politicamente alla sua stessa creatura, improvvisando non saprei quale metamorfosi. Sarà tuttavia molto difficile.
Oggi la prospettiva di una nuova destra � di un partito conservatore di massa come elemento decisivo della normalizzazione democratica italiana � passa per un´altra strada. Quella di Burke e non di de Maistre, come ha scritto Eugenio Scalfari su questo giornale. La tradizione, la terra, la nazione certo; e poi innesti nuovi: la Costituzione, il presidenzialismo, la riscoperta dello Stato. Ma qui le strade si dividono, e gli eredi del berlusconismo cominciano a manifestare idee diverse, e non facilmente componibili.
C´è la visione di Fini, che ormai guarda esplicitamente oltre Berlusconi, e mette in guardia con parole forti dai rischi del leaderismo in nome di una concezione più pluralista, più laica (che non rinuncia a un filone illuministico: ancora Scalfari). E quella invece di Tremonti, che sembra avere in mente un´Italia ripiegata nel suo guscio, meno “globale” e più “locale”, municipalizzata, dichiaratamente “neoguelfa”, pronta a essere accolta sotto le bandiere della Chiesa.
Di fronte, un lavoro enorme attende la sinistra italiana: la ricostituzione di un patrimonio ideale degno di questo nome. Può riuscirvi. Il Paese aspetta un´indicazione forte, all´altezza della gravità del momento. Dalla recessione non si esce arretrando. La globalizzazione è senza ritorno, come lo è il rapporto fra tecnica, vita e mercato. Ma bisogna elaborane una forma più matura. La sinistra può vincere se saprà intercettare le tendenze che usciranno dalla crisi. La destra farà fatica a farlo. Non è dalle sue parti che ha mai abitato la razionalità sociale di cui abbiamo bisogno. Cerchiamo di ricordarlo.

I commenti sono chiusi.