Il regista Giuseppe Ferrara tra la folla: la marcia nella pellicola “I ragazzi del Vesuvio” che uscirà a fine anno E la manifestazione diventa un film “Storie di gioia per vincere la morte”
22/03 – La Repubblica – ed. Napoli, di Antonio Tricomi
L´impegno antimafia non deve mai fermarsi e noi gente di cinema dobbiamo giocare la nostra parte”
La grande manifestazione di ieri verrà raccontata nel nuovo film di Giuseppe Ferrara “I ragazzi del Vesuvio”, che sarà pronto per la fine dell´anno. Immagini documentaristiche inserite nella storia di un prete-coraggio e dei suoi venti ragazzi da salvare: una figura ispirata in parte a don Tonino Palmese. Che si trova sul palco di piazza Plebiscito con don Luigi Ciotti, Roberto Saviano e tutti gli altri, mentre il regista Ferrara si mescola alla folla. «Secondo il mio stile, inserisco sequenze dal vero all´interno di una storia ricostruita con attori: una storia a sua volta elaborata dopo una meticolosa documentazione su fatti realmente avvenuti. Questa volta mi assiste la sceneggiatrice napoletana Carola Flauto». Il 75enne cineasta toscano, figura agile e sguardo adolescente, ha nella sua carriera affrontano per ben quattro volte il fenomeno mafioso: nei film “Il sasso in bocca”, “Cento giorni a Palermo”, “Giovanni Falcone” e “Donne di mafia”.
Ferrara si muove attraverso il corteo, dando rapide indicazioni al suo operatore. Che punta la cinepresa sul sorriso di una ragazzina, sul girotondo di alcuni scout, su un abbigliamento particolarmente estroso, uno striscione particolarmente vivace, un signore solitario che distribuisce fiori (è pur sempre il primo giorno di primavera). «Mi soffermo sui punti luminosi del corteo, su quelli che mi sembrano i momenti di festa», spiega Ferrara. «Non mi interessa molto l´aspetto solenne della cosa. E non credo che, in una giornata come questa, dobbiamo metterci a piangere. So bene che le lacrime ci sono state e il rispetto per le vittime della mafia è grande. Quella di oggi però è una festa: alla cultura della morte si risponde con la vita. Spero sia questo il senso delle mie immagini».
Con fare cortese, Ferrara si rivolge ad alcuni manifestanti. Si allontana dal suo operatore, che intanto continua a girare, per cercare altre piccole storie dentro la grande storia dei morti per mafia. In testa al corteo, i familiari esibiscono le foto dei loro congiunti. Ce ne sono di noti e meno noti, ma sono soprattutto questi ultimi che sembrano interessare il regista. Tirati fuori una penna e un taccuino, Ferrara si ferma a parlare con i parenti dell´agente Antonio Agostino, assassinato insieme alla moglie Ida il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, in Sicilia. Da quella data il padre Vincenzo non si taglia né barba né capelli. E non lo farà, dice, finché tutta la verità su quell´omicidio non verrà a galla. Una storia simile a tante altre, nascosta in mezzo alle altre. Ferrara si segna scrupolosamente nomi, cognomi, numeri di telefono, siti Internet. È il suo metodo di lavoro, l´incessante raccolta di dati.
«Quella di oggi è una manifestazione storica. L´impegno antimafia non deve mai fermarsi e noi gente di cinema dobbiamo giocare la nostra parte», afferma. «Ho visto sia “Gomorra” che “Fortapàsc” e non esito a dire che sono due capolavori». Si parla di Garrone e di Risi come di suoi due allievi. «Io non lo considero allievi, piuttosto fratelli. Siamo tutti post-neorealisti. E tutti facciamo parte della grande tradizione del cinema italiano d´impegno civile».

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