Il castello di carta

23/03 – La Stampa, di Igor Man

Finché si parla non si spara», diceva Churchill. Dopo trent’anni di male parole, di reciproche minacce persino rodomontesche, gli Stati Uniti d’America e l’Iran si parlano. Finora non han fatto se non scambiarsi feroci rimproveri e severe minacce. Tre giorni fa, per la prima volta, han dialogato. Non faccia a faccia, è vero, ma lo han fatto. Niente minacce, non più insulti. Obama ha socchiuso il pugno ma non è andato oltre questa apertura simbolica. Il discorso di Obama gli somiglia e a dar retta ai nostri interlocutori «su piazza» nella Repubblica islamica (nelle vesti di brasseur d’affaires), avrebbe «spiazzato» Khamenei, Guida suprema della Teocrazia persiana – in fatto l’inappellabile successore, designato dal corrucciato imam Khomeini, il vecchio ayatollah («presenza di Dio») in pantofole. Costui con la sua esaltata rivoluzione a mani nude spodestò lo Scià, potente e ricco, vezzeggiato amico della Casa Bianca. Sbalorditi, noi corrispondenti stranieri vedemmo gli scimmieschi «moschettieri dell’imperatore» arrendersi a fanciulli, a donne inermi: si arresero in mutande, coi pantaloni della gallonata divisa ripiegati sull’avambraccio in segno di resa. Khomeini aveva viaggiato, seppur poco, aveva però letto Aristotele e Platone ma non certamente Bodin dal quale tuttavia mutuò il ruolo del dominus assoluto, «padrone del cuore e della mente del popolo». La «fissa» è rimasta

Khamenei non risulta che abbia messo il naso fuori del suo per molti versi grande paese (islamico). Nel tempo tuttavia codesto personaggio ha acquistato scioltezza, le sue orazioni han preso smalto ma la «fissa» è rimasta. La «fissa» ha un nome storico: Israele. Ogni occasione è buona per accusare gli Usa di «complicità» con Israele «bubbone cancerogeno» da estirpare. Nella complicata panoplia orale dell’imam spiccava il «compito supremo», vale a dire Gerusalemme ai palestinesi. Ogni anno, secondo il lascito di Khomeini, l’Iran dedica corrusche giornate volte a rinnovare una sorta di «consegna» al popolo: lottare con ogni mezzo per «cancellare dalle mappe Israele».

Come s’è visto, contro tutte le previsioni, Khamenei ha subito risposto all’apertura di Obama. «Fatti, non parole», ha detto in un comizio-festa del capodanno iraniano di primavera. Ha monotonamente elencato le presunte minacce degli Stati Uniti, chiedendosi retoricamente come «qualcuno» potesse pretendere un dialogo costruttivo di pace quando questo «qualcuno» – l’America, lo stesso Obama – aiuta, protegge Israele «Stato sionista». Questo passo del discorso era scontato: fa parte della routine oratoria iraniana, la novità consisterebbe nella mancata sequela di insulti e minacce di solito rovesciata sul nemico da Khamenei, con a ruota il «suo» presidente Ahmadinejad famelicamente impegnato in una estenuante campagna in vista delle elezioni di giugno. Il voto come spartiacque

Ecco lo spartiacque: la prossima consultazione elettorale. Se dalle urne (come sempre manipolate dalla cupola in turbante) uscisse il nome d’un diciamo «moderato», vorrà dire che Teheran ha deciso di scendere dall’asino di Satana per imboccare, passo dopo passo, il sentiero (non facile) della ragionevolezza, magari soffermandosi anche sulla Bibbia… Sia come che sia, far pronostici ad ampio raggio prima delle prossime elezioni d’estate in Iran sarebbe lo stesso che interrogare una Sibilla di Cuma sorda spaccata. Epperò, poiché oltre alla Siria e a Hezbollah (in pratica il Libano) l’Iran aiuta e protegge Hamas, corre l’obbligo di registrare una dichiarazione interessante. A parlare è un personaggio brutalmente politico, il titolato Hamas Meshaal, il leader di Hamas esule in Siria. Ha testualmente detto ad Alix Van Buren: «Dal presidente Obama viene un linguaggio nuovo. La sfida, per tutti, è che sia il preludio d’una stagione nuova della politica americana ed europea. In quanto alla apertura ufficiale ad Hamas è solo questione di tempo».

Lo scambio di messaggi fra il trasparente Obama e il criptico Khamenei, maestro della taqqya, la dissimulazione, può con qualche sforzo definirsi incoraggiante. Ma è un castello di carta quello che ci sembra di vedere. Non è un mistero che fra le poche opzioni Israele (che si sente sempre più assediato, tanto che prima della pace vuol sicurezza) progetti un blitz sui siti atomici dell’Iran. Questo, Khamenei lo sa. Ma sa anche che l’Occidente per sanare l’Afghanistan deve «dialogare» con quei miliziani oltranzisti. Incrociamo le dita.

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