Effetti collaterali? No, omicidi deliberati
Il Manifesto 22/03/09
AMNESTY · Il dossier che l’Aja non volle vedere
Arilanciare le accuse per i crimini della Nato in Serbia e in Kosovo, il 6 giugno del 2000 due giorni dopo l’assoluzione da parte del Tribunale dell’Aja, arrivò un dossier di Amnesty international – la stessa organizzazione che in questi giorni denuncia che sulle centinaia di sequestri di civili, serbi e albanesi, ancora non è stata fatta giustizia – con un’analisi dettagliata delle violazioni del diritto umanitario internazionale da parte dell’Alleanza atlantica. Se la possibilità che i leader della Nato venissero incriminati era caduta perché per l’allora procuratore Carla Del Ponte c’era la «difficoltà di acquisire prove certe delle violazioni dei diritti umani», il dossier di Amnesty, «Danni collaterali o omicidi illegali?» ( www.amnesty. org/ailib/intcam/kosovo/docs/notorep_all.doc )), elencava proprio con precisione tutte le azioni di guerra che avevano colpito la popolazione civile, serba e kosovara. «Violati i principi umanitari» «La Nato ha in più occasioni violato i principi umanitari da applicare in ogni conflitto armato», sostiene Amnesty, che accusa la Nato di «non aver rispettato le regole fondamentali sancite nelle convenzioni di Ginevra del 1949», causando la morte di numerosi civili. Tra le norme del diritto umanitario internazionale vi è, infatti, la proibizione di qualsiasi attacco diretto contro persone o strutture civili, degli attacchi condotti in modo da non distinguere gli obiettivi civili da quelli militari, e che, seppur condotti contro obiettivi militari legittimi, comportano un impatto sproporzionato sui civili. Molto spesso vennero utilizzate nei raid aerei le micidiali cluster bom – bombe a frammentazione e il totale delle vittime dirette degli effetti collaterali fu di circa 500 morti, tra civili serbi e albanesi, con più di seimila feriti. Senza considerare gli effetti sulla salute, sul medio-lungo periodo, dei proiettili e dei missili all’uranio impoverito utilizzati: 31 mila sul solo Kosovo e dai soli A-10 americani, come confermò, su richiesta italiana, l’allora segretario della Nato George Robertson in una lettera del febbraio 2000 all’allora segretario dell’Onu Kofi Annan. Ma il numero è probabilmente molto più alto perché la risposta della Nato parlava solo dei bombardamenti americani. E poi ci furono i bombardamenti mirati su industrie chimiche e raffinerie, come dimostra il rapporto dell’Unep (la task force Onu per i Balcani), che ha individuato quattro aree rimaste particolarmente a rischio in questi dieci anni, tra cui Pancevo, Novi Sad e Kragujevac. Tanto che in molti, come l’intellettuale tedesco Knut Krusewitz, hanno ipotizzato una vera e propria «guerra ecologica», vale a dire bombardamenti premeditati per ottenere gli stessi effetti che si sarebbero realizzati utilizzando armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali. Il rapporto di Amnesty international è basato sulla raccolta di testimonianze e sull’analisi dettagliata dei pronunciamenti ufficiali della Nato, nonché di materiale di fonte indipendente. Il 14 febbraio del 2000 una delegazione dell’associazione aveva incontrato i vertici della Nato. Che, lo ricordiamo, si sono sistematicamente rifiutati (come ha ammesso anche il Tribunale dell’Aja) di fornire dati e mappe precise relative ai bombardamenti, se si fa eccezione per quelle relative all’uranio impoverito sganciato in Kosovo, arrivate con dieci mesi di ritardo e solo dopo le bacchettate dell’Onu. A un anno esatto dalla conclusione della guerra, non si sapeva ancora niente, ad esempio, su ciò che è stato sganciato sulla Serbia, o sulle cluster bomb nell’Adriatico. Anzi, spesso la regola è stata quella di depistare, come testimoniò l’episodio del video «accelerato» mostrato ai giornalisti dallo stesso generale Wesley Clark e relativo all’« effetto collaterale» sul treno di civili, colpito mentre attraversava il ponte di Grdelica il 12 aprile ’99 (i morti furono dodici). «Un crimine la tv target» Il rapporto di Amnesty analizza tutti gli obiettivi civili colpiti, compreso il bombardamento della tv jugoslava a Belgrado del 23 aprile, considerato «un crimine di guerra», perché «uno strumento di propaganda non può essere considerato un obiettivo militare». Per Amnesty l’attacco è stato «sproporzionato», avendo causato la morte di 16 civili, con l’unico risultato di interrompere le trasmissioni per più di tre ore (e le vittime non vennero inserite nel rapporto annuale di Reporters sans frontieres sui giornalisti vittime di guerra). E poi l’attacco missilistico contro il ponte Varvarin, il 30 maggio, che uccise undici civili, senza che la Nato sospendesse l’azione pur essendo evidente il rischio di colpire persone innocenti. In altre due azioni, prosegue il dossier, il 14 aprile a Djakovica contro una colonna di profughi kosovaro-albanesi e il 13 maggio contro il villaggio di Korisa, dove ancora una volta furono colpiti civili albanesi (120 morti nei due attacchi) la Nato secondo Amnesty non avrebbe adottato le necessarie precauzioni per minimizzare i danni ai civili. O ancora, l’attacco all’ospedale di Surdulica, il 31 maggio, 16 morti. Un altro capitolo del dossier è dedicato al bombardamento dell’8 maggio all’ambasciata cinese di Belgrado che, oltre a uccidere tre persone e mandarne all’ospedale venti, rischiò di provocare una crisi internazionale con la Cina. Il giorno prima, cluster bomb lanciate sulla città di Nis avevano distrutto l’ospedale e diverse abitazioni (14 morti e 30 feriti). A ritroso, troviamo un autobus pieno di civili distrutto il 1 maggio a Luzhane, 20 km a nord di Pristina (40 morti tra civili e militari). Saranno bombardate anche le ambulanze intervenute sul posto per i soccorsi, accusa il rapporto di Amnesty. E la Croce rossa internazionale dichiarava il 23 maggio 1999: «Nella prima settimana di bombardamenti, il numero di obiettivi civili colpiti in realtà è apparso basso. Ma quando la campagna aerea si è intensificata, è cresciuto il numero delle vittime civili serbe e dei danni a obiettivi civili». Salirà mai qualcuno sul banco degli accusati di un tribunale internazionale per questi «effetti collaterali»? t. d. f.

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