Ecuadoriane in Italia: emancipate ma fragili

Redattore sociale 23/03/09

Sono state le prime a partire e con il loro lavoro hanno garantito i ricongiungimenti delle famiglie. Ma hanno dovuto pagare un prezzo alto per ogni conquista. Le loro storie nel libro ”Mi querido Ecuador”

ROMA – Sono partite per prime, hanno trovato impiego soprattutto nei settore della collaborazione domestica e dell’assistenza familiare e con il loro lavoro hanno garantito l’arrivo di intere famiglie. Sono le mujeres, le donne, il vero fulcro dell’emigrazione ecuadoriana in Italia. La diaspora di questo popolo è descritta in “Mi querido Ecuaduor – Le parole chiave della comunità immigrata in Italia”, un volume recentemente pubblicato dalle Edizioni Avagliano e firmato dall’economista Josè Galvez e dalla giornalista Rita Fatiguso. Le donne, che oggi rappresentano il 60% dei migranti ecuadoriani nel nostro paese, alla fine degli anni Novanta con il loro lavoro hanno fatto da apripista ai progetti migratori familiari e hanno avviato percorsi di ricongiungimento con i coniugi, i figli e a volte anche con i genitori. Ma tutto ciò non ha garantito loro un’emancipazione reale – avvertono gli autori – e non sempre la ricostruzione delle famiglie ha portato pace e serenità. Considerate infatti come mamme dollaro, quando riescono finalmente a far venire figli e mariti in Italia, le donne ecuadoriane non hanno il tempo di stargli dietro. Ed ecco che i fragili equilibri già messi a dura prova dall’emigrazione rischiano di rompersi definitivamente.

L’emigrazione offre alle donne una maggiore autonomia economica, ma sono loro che ancora oggi devono combattere la battaglia più dura – si legge nel libro. Separazioni, aborti, nuclei familiari disgregati, tradimenti, ricongiungimenti, figli che non si riconoscono nella nuova casa sono i pericoli che si celano dietro ogni storia migratoria al femminile. Il lavoro di badante che spesso le donne ecuadoriane si trovano a esercitare crea uno stress psicofisico a cui raramente sono preparate e presenta una serie di risvolti emotivi non sempre facili da gestire: il rapporto tra badante e assistito, infatti, può creare un rapporto fatto di affetto e protezione, ma anche di frustrazione e senso di impotenza. Sull’altro versante l’esperienza migratoria delle donne ecuadoriane rischia non solo di minare i rapporti interni al nucleo familiare, ma anche quelli con la società di origine. Una donna emigrata che si fa strada da sola esaudendo le richieste di aiuto dei familiari rimasti in patria – sottolineano Galvez e Fatiguso – non è necessariamente ben vista dal proprio marito, preoccupato che tutto questo possa comportare una diminuzione del proprio ruolo sociale.

Queste tensioni possono riprodursi, e perfino acuirsi, dopo il ricongiungimento familiare con il partner maschile, che spesso riesce ad accedere al mercato del lavoro soltanto attraverso impieghi precari, pesanti e sottopagati. Anche i figli possono contribuire a peggiorare il quadro. Le conseguenze di una gravidanza indesiderata per la donna vengono sistematicamente sottovalutate anche a causa di fattori culturali. In Ecuador – si legge nel volume – educazione sessuale e contraccezione costituiscono ancora dei tabù e, una volta all’estero, l’aborto può diventare una sorta di pratica contraccettiva. Insomma, se le donne costituiscono il vero e proprio centro delle dinamiche migratorie e il collante delle relazioni familiari, che proteggono e assicurano anche attraverso il risparmio, sono anche i soggetti più vulnerabili. Più esposte sul piano sociale, affettivo e della salute sono loro a pagare più di tutti il prezzo dell’emigrazione, soprattutto quando i legami familiari si deteriorano. (ap)

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