Bossi terzo incomodo alle travagliate nozze Fi-An

Secolo XIX 20/03/09

filippo paganinivignetta
«Agli amici della Lega dico che non possono volere sempre tutto». Silvio Berlusconi si rivolge così ai lumbard. Con quella parola “amico” che in politica ha un alto quoziente di ambiguità. I democristiani si chiamavano “amici” fra loro, come i comunisti e i socialisti si chiamavano compagni. Ma i dc definivano “amici” anche i governi come quello di Ferdinando Tambroni del 1960, che non potevano ripudiare, ma che non amavano.
Così sembra che ieri il premier abbia voluto dare un alt agli “amici” della Lega di Umberto Bossi. Limar loro le unghie. O almeno fare la faccia feroce contro l’invadente protagonismo e la bulimia politica che gli alleati del Carroccio hanno rivelato in questa prima stagione di governo.
«Qualche volta possiamo dire di sì, qualche altra volta lo diciamo con difficoltà, mentre alcune volte diciamo di no», ha sentenziato rivolto ai “Padani” il leader di Forza Italia. Il quale ha passato il rasoio della critica su due progetti cari agli alleati leghisti: l’istituzione delle ronde e quella parte del decreto sicurezza che introduce la possibilità per i medici del servizio pubblico di denunciare gli immigrati irregolari che si dovessero presentare chiedendo di essere curati. Il premier ha rivelato che dei “guardiani delle città” non sentiva l’esigenza. Mentre si è detto pronto a cambiare il decreto sicurezza, in qualche modo accogliendo il “sentiment” della lettera dei 101 deputati del Pdl che hanno chiesto che non fosse messa la fiducia sul provvedimento.
Il Cavaliere ha subito incassato l’apprezzamento di Gianfranco Fini. Bossi e Roberto Maroni hanno, invece, bollato le sue sortite come manovre precongressuali, frutto di pressioni interne al nascente Popolo delle Libertà.
Berlusconi non nutre sentimenti di antipatia o di freddezza nei confronti della Lega. Ma, probabilmente, si rende conto che in una fase così delicata come quella che stanno vivendo Forza Italia e Alleanza nazionale, in procinto di convolare a nozze nel Pdl, la concorrenza e le insidie maggiori possono venire proprio dal versante del partito “padano”.
Domani An celebra il suo ultimo congresso prima del matrimonio con Fi. Da settimane è tutto un vociare sui rischi di annessione da parte degli “azzurri” e sulla possibilità che Fini sia ridimensionato con la nascita del nuovo partito. Molti aennini stanno incubando la paura della deminutio. Ci sono mal di pancia diffusi sul rapporto di 70 a 30 tra esponenti di Fi e di An negli organi dirigenti della nuova formazione politica di centrodestra. Per farla breve: la sala parto del Pdl ha la fragilità di una cristalleria. Anche se tutti, nei due partiti promessi sposi, sebbene sull’orlo di una crisi di nervi, sono convinti che questo matrimonio s’ha da fare.
E se An e Fi si scambieranno gli anelli, nel perimetro del centrodestra resterà una sola formazione concorrente: la Lega. La quale potrebbe esercitare un appeal verso quegli elettori di destra o centrodestra che tali si considerano, ma non si sentono berlusconiani. Che non ritengono valido il sillogismo: sono di centrodestra, ergo non posso che votare per il partito del Cavaliere. Magari non hanno in simpatia il tycoon di Arcore. Oppure ne criticano il conflitto di interessi.
In Italia, patria del “particulare”, del resto è sempre stato diffuso nell’elettorato lo sport di differenziarsi dalle grandi forze politiche: non sono mai mancati elettori che «per non farsi intruppare» – almeno così si giustificavano – premiavano nella Prima repubblica partiti-satellite alleati della Dc o del Pci.
In questi giorni di avvicinamento al trapasso di An per rinascere nella nuova grande formazione politica di centrodestra, si è anche molto discusso del trauma che potrebbe generare il trasloco sotto un’altra bandiera di quelli che sono i “nipoti” di Augusto de Marsanich, Arturo Michelini e Giorgio Almirante con il loro retaggio nostalgico. In realtà, An ha subìto da anni una mutazione genetica in senso neogollista. E anche se i suoi dirigenti, i colonnelli di Fini hanno tutti alle spalle il “pedigree” della Giovane Italia, del Fronte della Gioventù, del Fuan-Caravella e del Msi, il partito nato sulle ceneri della Repubblica Sociale Italiana è oggi una forza di destra moderata che ha reciso i suoi legami ideologici con il fascismo. I pellegrinaggi dei militanti a Predappio o i portacenere kitch conservati nei salotti con l’ammonizione mussoliniana “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi”, sono incastonati solo in un rituale di testimonianza o di rispetto verso quel passato.
Il Pdl non si rivelerà un amalgama mal riuscito per questo. Ma semmai per la difficoltà di mettere a fattor comune un partito a vocazione leaderistico-plebiscitaria come Fi con una forza politica come An che anche quando era Msi è sempre stata strutturata e divisa in correnti, dove tutto è sempre stato discusso con molto calore (anche fisicamente, come a Viareggio in uno storico congresso-battaglia concluso con l’arrivo dei carabinieri). E a far impazzire la maionese potrebbe dare il suo contributo determinante proprio Bossi, il terzo escluso, competitor insidioso sui temi della legge e dell’ordine. L’amico dal quale si debbono guardare Berlusconi e Fini.

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