Quarantamila in corteo a Gomorra – Don Ciotti: “Quattro mosse per battere la camorra”

Repubblica – 19/03/09

Migliaia in corteo a Casal di Principe per ricordare il prete coraggio, don Peppino Diana, ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua parrocchia. Dalla Lombardia alla Sicilia in tanti hanno raggiunto il comune casertano. Ad accoglierli il padre del sacerdote coraggioso, Gennaro Diana, che ripete: “La camorra si può battere. Uccidendo mio figlio è cominciata la loro fine”. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e Gruppo Abele: “La Chiesa respinga le ambiguità. Deve parlar chiaro, non deve fare sconti”

“Quattro mosse per dare scacco ai clan”

Intervista a Don Ciotti, che guida l’associazione Libera. Che dice: “la camorra si vince con coerenza, continuità, credibilità, cultura”. E annunciando il corteo anti-camorra del 21 marzo annuncia: “Siamo andati a trovare famiglie devastate dal dolore, ora sfileranno con noi”
di Giovanni Marino
Si può combattere la camorra anche senza armi. Senza manette. Senza divise decorate da gradi. Don Luigi Ciotti ci crede. E lo fa. Da anni. Stringendo gli occhi come fessure nei momenti più duri. Aprendosi in un sorriso quando le mafie devono cedere il passo alla forza e allo spirito della legalità. Come sarà tra breve, sabato 21 marzo, equinozio di primavera. In tutti i sensi, nella lotta alla criminalità organizzata. «Saremo tantissimi nel corteo che sfilerà per Napoli, verranno giovani da tutto il mondo, rappresentanti di almeno 30 nazioni», assicura con entusiasmo contagioso il fondatore di Libera e il primo animatore della “Giornata della memoria e dell’impegno” in ricordo delle vittime delle cosche.
Luigi, come invita tutti a chiamarlo, crede ostinatamente nell’esempio e nella parola. E riesce a vedere la speranza anche lì dove potresti annegare nel più cupo pessimismo. «Chi perde la vita per la giustizia, le vittime innocenti, in realtà donano la loro esistenza per un ideale superiore. Tracciano una strada che noi abbiamo il compito di seguire e il dovere di non dimenticare».

Non dimenticare. È un impegno per don Ciotti. «Lo dobbiamo a questi uomini e donne coraggiosi. Lo dobbiamo a loro e a noi stessi. Alla società». E spiega cosa si cela dietro una giornata come quella del 21 marzo. «Siamo andati a trovare quei familiari che pensavano di essere stati abbandonati all’oblio e, uno ad uno, li abbiamo convinti a percorrere il nostro cammino. A unirsi ai molti altri che da tempo hanno deciso di non chiudersi nel loro dolore. Genitori, fratelli, sorelle, mariti, mogli, fidanzati, figli che addirittura prendono le ferie pur di poter portare il loro messaggio anticamorra ai ragazzi delle scuole. Lo fanno a loro spese. Ed è un circolo virtuoso quello che si instaura, una cosa bellissima». Prosegue: «Ho davanti a me gli sguardi di alcuni familiari di vittime delle zone interne della Campania; persone piegate, incapaci di proseguire dopo il lutto. C’è stato un colloquio, intenso, e alla fine hanno deciso: saranno con noi, possono dare ancora molto nell’azione anticamorra». 

Don Ciotti svela un contatto che ha stabilito proprio in queste ore. «Non amo fare nomi, ma credo sia giusto dire che la mamma di Gelsomina Verde, nota a tutti come Mina, la ragazza innocente uccisa durante l’orrenda faida di Scampia, ci ha incontrato con tutto il carico della sua enorme sofferenza umana. Voleva parlarmi. E io l’ho ascoltata a lungo. È stato importante. È fondamentale stare vicino a chi ha subìto una perdita così atroce. Così ingiusta. Farle comprendere che può diventare una sentinella della legalità e diffondere il suo messaggio a tutti, a partire dai più giovani». Quanti ricordi di un impegno ormai antico. «L’immagine di don Peppino Diana è scolpita nella mia mente. Venti giorni prima di essere barbaramente assassinato mi invitò a Casal di Principe, aveva il solito entusiasmo, il suo naturale coraggio, la sua proverbiale voglia di dare agli altri. Che bel dialogo con lui. Adesso ho un contatto continuo con i suoi genitori, che mi portano la mozzarella così come la portavano al loro straordinario figlio. E quando a Capua mi hanno consegnato un premio, il Follaro d’oro, ho accettato solo a una condizione: che potessi darlo al padre e alla madre di don Diana. Insieme, abbiamo deciso che lo incastoneremo nella tomba di Peppino, morto per amore del suo popolo». Casal di Principe, nel mondo ormai sinonimo di malavita. «Mi auguro di contribuire a cambiare le cose, da lì può partire la riscossa. Ci sono tante anime buone. Vanno aiutate. Lo faremo. A Casale vado spesso. Una volta pubblicamente invitai i capi camorristi a cambiare pagina, a chiudere il libro degli assassinii. Ricevetti una lettera della signora “Sandokan”, la moglie del padrino Francesco Schiavone. Non erano proprio rose e fiori le parole che usava nei miei confronti».

Nella creatura di don Ciotti, Libera, confluiscono qualcosa come 1500 grandi associazioni. C’è il rischio che camorra e mafia si infiltrino e cerchino di inquinare la struttura? «Sono realista. Devo esserlo. C’è stato un mafioso, in Sicilia, nella zona di Villabate, che chiese di poter aderire a Libera. Fortunatamente capimmo tutto e gliela negammo. Siamo in contatto con le prefetture italiane, che altro possiamo fare? Contiamo pure sul fatto che un organismo sano espelle sempre uno infetto». Don Luigi conosce l’importanza di una comunicazione incisiva e usa uno slogan per dare sprint alla lotta alla camorra: «Le 4 C: coerenza e continuità nell’azione, credibilità di quello che si fa, cultura».

Quanti affetti nati sul dolore. «Tanti. Non ce la faccio a ricordarli tutti. Cito Alessandra Clemente, era una bimba quando la madre Silvia Ruotolo fu uccisa durante una sparatoria. Adesso è una giovane donna e sarà lei a parlare dal palco, il 21 marzo».
Pochi lo sanno, ma la famiglia Ciotti ha un cordone ombelicale con Napoli: «Mio padre, Angelo, venne qui a lavorare nel 1945. Rimase 10 anni e gli è rimasta nel cuore la creatività e la generosità di questi luoghi. Se ci riesco, il 21 marzo, porterò papà Angelo qui. E magari lui si metterà alla testo del corteo. Per dimostrare che c’è un’Italia che non dimentica le vittime innocenti. Un Paese che ha la responsabilità della memoria. E vuole divulgarla».

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