L’ITALIA MIGLIORE A NAPOLI PER RICORDARE LE VITTIME DELLE MAFIE
L'ITALIA MIGLIORE, di Paolo Beni (Arcireport n. 11) C'è un segnale di speranza in quest'Italia prostrata dalla crisi e dalla regressione culturale. È apparso chiaro a chi era a Napoli sabato scorso per la Giornata della memoria e dell'impegno promossa da Libera. Una manifestazione straordinaria, non solo per il fiume grande e inatteso di partecipanti, ma per le facce e le storie che riempivano quella piazza: 100mila persone perbene, tanti ragazzi e ragazze, il variopinto campionario di una società impegnata per il bene comune. Sul palco: politici, sindaci, dirigenti sindacali e delle associazioni. Non hanno pronunciato discorsi ma letto a turno un elenco interminabile di nomi, le centinaia di vittime innocenti delle mafie. C'erano i familiari di quei morti, padri e madri, fratelli e figli che hanno saputo tradurre il dolore in ribellione e scegliere l'impegno civile. Ogni anno, il primo giorno di primavera, si ritrovano per ricordare e rinnovare quest'impegno. Il movimento antimafia non è solo denuncia e testimonianza, esprime una proposta politica, chiede cose concrete: che lo Stato e le istituzioni diano come diritto ciò che la mafia dà come favore; che i beni confiscati siano usati e restituiti alla comunità; che ciascuno di noi faccia la sua parte, con coerenza, affinché la Costituzione diventi senso comune, cultura e costume del Paese. Non ci può essere vera legalità finché ci saranno leggi che calpestano i diritti. Anche l'ambiguità, i compromessi, la burocrazia uccidono la legalità. La crisi rafforza i poteri criminali, che sfruttano il disagio e la rassegnazione di tanti per alimentare un'economia parallela e controllare interi territori. Per questo le mafie si combattono anzitutto col lavoro, coi diritti e con la dignità sociale. C'è chi ha deciso di stare vicino alle vittime dei soprusi, sostenere chi ha la forza di dire no, rompere il silenzio e l'omertà che servono alle mafie per coltivare i loro affari. È l'Italia migliore, quella che non si gira dall'altra parte e non si rassegna alla violenza e all'ingiustizia, che non rinuncia a fare la sua parte per poter vivere in un Paese migliore.
Tra i centocinquantamila di sabato 21 marzo a Napoli c’era anche molta Liguria. Insieme al referente ligure di Libera, Matteo Lupi, hanno marciato sotto il gonfalone della Regione Liguria la sindaco Marta Vincenzi e l’assessore regionale Enrico Vesco, rappresentanti di Arci Liguria e della CGIL di Imperia. Moltissimi i giovani, tra cui gli studenti dell’Unione degli studenti di Genova e dell’Istituto tecnico “Giovanni Falcone” di Loano (SV), gli Scouts del CENGEI e dell’AGESCI Liguria, i partecipanti ai “Presìdi” di Libera a La Spezia e Savona.Ascolta gli interventi dal palco. Leggi all’interno “L’Italia migliore” di Paolo Beni – La giornata nella cronaca della giornalista del Manifesto, Francesca Pilla
NAPOLI – «Avevo solo 4 anni quando il mio papà venne ucciso per errore al lavoro. La mafia mi ha tolto la possibilità di sapere che cosa è un padre». Maria Valenti abbassa lo sguardo e dice di provare un’emozione fortissima a vedere così tanta gente in piazza a Napoli. Oggi ha 31 anni e non ha dimenticato. È venuta da Favara, Agrigento, e fa parte dei 500 familiari delle vittime arrivati in città per partecipare alla XIV edizione della giornata della memoria promossa dall’associazione Libera.
In altre occasioni si potrebbe dire che il corteo sia stato un successo, qualcuno dal palco avrebbe potuto urlare il classico «siamo in 150 mila», e invece tutti quelli che hanno colorato il lungomare di Mergellina, mantengono un profilo basso, rispettoso. Per capirne le ragioni basta ascoltare Maria, che ricorda suo padre Antonio, morto in un agguato, per caso, per uno sbaglio insieme ad altre due vittime, per una ritorsione alla famiglia Trei di Porto Empedocle: «I sicari erano tre – specifica Maria – e gli hanno tolto la vita a 38 anni». Al suo fianco ad aprire il corteo ci sono tutti quelli che hanno con lei in comune questo dolore, cantano Mameli e tengono in mano le foto dei propri cari.
Il mare di via Caracciolo sbuffa, la spuma resta sugli scogli e viene la pelle d’oca. L’immagine di un bambino, la scritta «che male ha fatto», il ritratto di un matrimonio tenuto stretto da una vedova, una ragazza bionda nel pieno della vita. «Migliaia e migliaia di persone sono qui per un abbraccio alla città – dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell’associazione Libera – è un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalità organizzata. Occorrono meno parole e più fatti».
Dietro si apre la moltitudine in rappresentanza dell’Italia pulita, arrivata da tutte le regioni, e anche da 30 paesi del mondo. I nomi delle scuole sfilano ognuno con il suo percorso di consapevolezza, Ipsar Rossini «è qui per ricordare», l’istituto comprensivo Notaro Iacopo con il Vesuvio che «erutta legalità», quelli da Bologna «per dimostrare che l’attenzione c’è», e dalla Sicilia con cappelli di carta colorati. Ilaria ha un fischietto e tiene alto lo striscione: «Per una Campania più beautiful», ha 16 anni e frequenta il liceo artistico: «Vogliamo dare un segnale – dice – noi sappiamo che la camorra avvelena le nostre terre. È vero professoressa?». «Certo, per combattere le ecomafie dobbiamo partire dalla consapevolezza della loro esistenza – risponde Clorinda Irace, l’insegnante d’italiano – per questo abbiamo iniziato un progetto a scuola partendo dal documentario Beutiful cauntri».
Si cammina fianco a fianco, gli studenti sono la maggioranza, comprese le sigle Udu e Uds, ma non manca nessuno, i sindacati al completo, l’Arci, Legambiente, i gonfaloni di decine di comuni, Montescarchio, Eboli, Marano, Saviano, con i sindaci in fascia tricolore. Gli immigrati di Castelvolturno sono concentrati dietro uno striscione giallo: «Hanno ammazzato sei nostri amici, lo sapete no? – spiega Stevan Dream, richiedente asilo, ghanese e con una bimba piccola che è nata nel nostro paese – Noi a Caserta abbiamo tanti problemi, lavoro a nero, no permesso, e la camorra è un pericolo sempre. Siamo qui anche per ricordare che il 18 aprile a Castelvolturno ci sarà la manifestazione dei migranti». C’è anche chi si fa immortalare dietro il manifesto di Libera con le foto di Giancarlo Siani, Falcone, Borsellino, Peppino Impastato, perché «la camorra non vale niente». E ci sono gli operai dell’Alfa con un doppio motivo per sfilare, «Pomigliano non si tocca – dice una tuta blu – se perdiamo il lavoro, vince la camorra».
«La politica deve ritrovare volontà ed entusiasmo di fare qualcosa che serve a tutti», dice in corteo il sindaco di Napoli Rosa Iervolino, «la camorra e la mafia non sono invincibili, non sono eterni», aggiunge Antonio Bassolino. Nichi Vendola invita ad «alzare la testa», Rita Borsellino si dice meno ottimista di quando uccisero Paolo, ma è fiduciosa «in questi ragazzi», mentre Giancarlo Caselli, il procuratore di Torino ricorda che «le mafie sono la rapina del futuro». Si arriva in piazza Plebiscito, uniti, i familiari delle vittime salgono sul palco e iniziano a leggere i nomi dei caduti. È un tonfo, ad ogni vittima qualcuno si commuove, figlio, nipote, sorella, marito, fidanzata, padre, madre. Nessuno si allontana, la folla resta silenziosa. A sorpresa arriva Roberto Saviano e al microfono legge il nome della giornalista Anna Politkovskaja, dei sei immigrati uccisi a Castelvolturno, e di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni ammazzata a Forcella, e riserva un pensiero «a tutte le vittima di mafia che non conosciamo ancora». Interviene Alessandra Ruotolo, figlia di Silvia, uccisa sotto i suoi occhi quando aveva 10 anni, passa il testimone al figlio della Politoskavia, e ai parenti dei migranti di Castelvolturno. È uno scroscio di applausi, liberatorio.

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