Englaro: testo illegittimo Napolitano non lo firmi

Il Manifesto 18 marzo 2009

Il papà di Eluana lancia un’associazione. E chiama il Colle

Eleonora Martini

ROMA
«Ci sono voluti 6203 giorni per venire a capo del problema di Eluana». Un periodo così lungo che avrebbe depresso anche l’ottimista più incallito. Eppure Beppino Englaro – che ieri ha presentato nella sala Nassiriya del Senato l’associazione «Per Eluana», nata per difendere la libertà di cura depennata dalla legge sul testamento biologico che oggi approda nell’Aula di Palazzo Madama – ha ancora coraggio da vendere. «La nostra vicenda dimostra che niente è impossibile, non è vero che non se ne verrà mai a capo – incoraggia i senatori, presenti all’affollatissima conferenza stampa, appartenenti a entrambi gli schieramenti politici – Non è detto che in Parlamento non decidano di dedicare ulteriore tempo alla discussione o che al Senato non si rendano conto che piuttosto è meglio nessuna legge sul fine vita. E, se anche questa legge anticostituzionale dovesse passare, non è detto che non intervenga la Corte Costituzionale o che sia lo stesso nostro Presidente della Repubblica a non firmarla».
Semplice buon senso, il suo. Eppure tanto basta per farlo tornare nel mirino del centrodestra: «Un atto di presunzione nei confronti della sovranità popolare che nessun cittadino dovrebbe mai consentirsi», spara il vice presidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello. «Beppino Englaro aveva assicurato che dopo la conclusione della tragica vicenda di sua figlia si sarebbe chiuso nel silenzio – incalza il senatore, ormai noto come esponente della “banda dei quattro” – ma se si decide di scendere nell’agone pubblico bisogna almeno farlo con correttezza». Englaro però, che a Palazzo Madama è arrivato su invito dei senatori friulani Ferruccio Saro (dissenziente Pdl) e Carlo Pegorer (Pd), ha negato che sarà mai “testimonial” di qualunque movimento politico – «Non c’entro niente, assolutamente» con la neo formazione di Nichi Vendola, ha precisato – e ha assicurato «l’assoluta indipendenza dalla politica» dell’associazione «Per Eluana». Il cui primo scopo è usare argomentazioni scientifiche per «chiarire la confusione e la disinformazione che sono state prodotte sulla vicenda di Eluana» e che hanno spianato la strada al ddl Calabrò.
Non a caso a presiedere il comitato scientifico c’è un esperto di cure palliative, Giandomenico Borasio, docente dell’Università di Monaco, secondo il quale una legge siffatta non sarebbe accettabile per la Corte europea dei diritti dell’uomo: «Non credo che a Strasburgo sarebbe lasciata passare – dice – e sarebbe una figuraccia internazionale che spero che il Parlamento si eviterà, perlomeno per senso di pudore». Borasio – che ha presentato l’associazione assieme a Beppino Englaro e al neurologo di Eluana, Carlo Alberto Defanti, alla presenza dei democratici Anna Finocchiaro, Ignazio Marino e Franca Chiaromonte, del radicale Marco Perduca, del Pdl Antonio Paravia e di Francesco Pardi (Idv) – ha spiegato che in nessun paese d’Europa è in discussione se la nutrizione e l’idratazione forzate siano o meno terapie mediche e quindi, in quanto tali, rifiutabili. Anzi, in alcuni casi, «l’idratazione forzata, praticata per incompetenza, può causare la morte – tra atroci sofferenze – per edema polmonare». Quindi addirittura «in ambito palliativo, sono da considerarsi pratiche contro il paziente». Mentre una buona legge «dovrebbe rendere le cure palliative obbligatorie» (e invece l’emendamento ad hoc firmato da Marino è stato respinto in Commissione sanità) che consistono nel curare «non solo i bisogni fisici ma anche quelli psicologici, psicosociali e spirituali». Solo così, aggiunge Defanti, il malato terminale o in stato vegetativo «arriva a una morte pacifica». Per questo, verso la fine della vita di una persona, «il rapporto medico-paziente deve diventare il più possibile paritario, garantendo al malato un’informazione accurata in modo che si riesca ad accompagnarlo nel percorso e con la modalità che sceglie».
Ovviamente, come è stato riconosciuto perfino dalla Chiesa in Germania, le direttive anticipate (Dat) devono essere vincolanti per il medico. Mentre invece, fa notare Ignazio Marino (e confermano fonti vicine al relatore Calabrò), il ddl del centrodestra prevede (comma 7 dell’articolo 5) che il testamento biologico sia «rilevante» solo «nel momento in cui è accertato» lo «stato vegetativo del soggetto». Come a dire, tre anni di lavoro in Commissione del Senato e mesi di laceranti discussioni pubbliche per arrivare a una legge che dispone la possibilità di lasciare un testamento biologico (non vincolante) solo per lo 0,05% dei pazienti in fine vita (tremila in tutta Italia). Tanto per fare un esempio, la Dat non sarebbe nemmeno presa in considerazione per chi malauguratamente dovesse condividere la sorte del deputato Beniamino Andreatta – ricordato da Defanti – che rimase in coma per quasi otto anni in seguito ad un infarto. Insomma, per usare le parole del professor Borasio, «il mio consiglio per chi vuole una morte naturale e senza sofferenza è di emigrare il prima possibile. Spero che non ci sia mai nessun Paese civile in cui i sondini hanno più diritti dei malati».

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