Diritti negati in Festival A Ginevra rassegna di cinema e forum internazionale sulle libertà dell’uomo.

Il Manifesto – 15/03 – Maria-Delfina Bonada
Nel vedere «il mondo secondo Stiglitz», un film documentario interpretato dallo stesso Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, già consigliere del presidente Clinton e dirigente del Fmi, e in quanto tale ben piazzato per criticarne la politica, si misura l’ampiezza del disastro economico e ecologico mondiale.
Stiglitz si è trasformato in attore per interpretare il film tratto dal suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori. «E’ vero – dice rendendo omaggio al regista Jacques Sarasin – che l’immagine rende molto meglio del libro».
L’economista di fama mondiale è a Ginevra perché il segretario generale dell’Onu Ban Kimoon lo ha incaricato di presiedere una commissione che rappresenti una specie di contraltare al vertice del G20 che si riunirà il 2 aprile a Londra. Il segretario Onu considera infatti che la crisi attuale non può essere di competenza di un gruppo limitato di paesi ma che necessita di una risposta globale che coinvolga l’Onu.
Da attore e da economista Joseph Stiglitz ha quindi partecipato al Festival del cinema e forum internazionale sui diritti dell’uomo. Il realizzatore accompagna Stiglitz in tre diversi continenti. Nella sua città natale Gary, vicino a Chicago, sorta nel 1906 e che fu capitale mondiale dell’acciaio. Oggi un secolo dopo, Gary è una città morta, distrutta, svuotata, finanche la chiesa cade a pezzi. «Vengono qui per girare dei film, ironizza Stiglitz, sembra la Somalia». La scena si sposta in India, nello stato di Maharasthrah. Lì, da quando 13 anni fa l’India è entrata nel Wto (l’organizzazione mondiale del commercio) 150.000 contadini indebitati si sono suicidati. Adesso, spiega un contadino sconsolato davanti al raccolto del suo cotone invenduto, vista la concorrenza di quello americano che sovvenziona i propri produttori al fine di renderli vincitori sul mercato, «come gli altri contadini venderò un rene per pagare i debiti». Altra scena desolante: l’Ecuador. Un contadino rimesta il terreno nero, intriso di scorie petrolifere della Texaco. L’agricoltura è morta, il bestiame pure, e migliaia di persone sono malate, intossicate. Nel film, il presidente ecuadoreno Correa, intervistato è lapidario: «Siamo poveri perché ricchi di risorse naturali». Interviene anche Eric Sottas, segretario dell’Organizzazione mondiale contro la tortura che partecipa al dibattito. E’ categorico: «Quando si cercano le cause della tortura si trovano ragioni socio-economiche. Per le multinazionali c’è sempre un doppio binario: da noi si rispettano i diritti dell’uomo, si accettano i sindacati. All’estero debbono stare fuori dai piedi, esempio i massacri dei sindacalisti in Colombia».
L’idea forte di Stiglitz, che emerge durante il dibattito, è di creare un sistema penale che travalichi le frontiere altrimenti, spiega «è come nei film western che vedevo da bambino: il bandito scappa inseguito dallo sceriffo che è costretto a fermarsi davanti al confine di un altro stato. E’ quello che fanno le multinazionali. Inquinano, pigliano i soldi e scappano, impuniti. Accade in Ecuador, è accaduto in India a Bhopal, continua ad accadere ovunque nel terzo mondo». E sono costi enormi per l’intero pianeta perché, ammonisce Stiglitz, «dalla crisi economica ne usciremo presto o tardi, ma dal surriscaldamento della terra non si sa». Si capisce cosi perché quello dell’ambiente è diventato uno dei diritti universali dell’uomo. Da questo diritto dipende sempre più il diritto all’alimentazione, alla salute, al lavoro e a seguire tutti gli altri. Anche per questo, oltre al prestigio particolare di Joseph Stiglitz, quella sera è stata il «clou» del Festival che peraltro ha visto altre giornate altrettanto importanti.
Come quella dedicata al conflitto in Medio Oriente con un documentario «Gaza-Zderot, cronaca di ante-guerra» e con un dibattito tra Leila Chahid, delegata dell’Autorità palestinese presso l’Unione Europea e l’ex ambasciatore israeliano a Parigi Elie Barnavi, che è anche tra i fondatori di Peace Now.
Dal 27 ottobre al 23 dicembre, cioè fino a quattro giorni prima dell’inizio dei bombardamenti, ogni giorno un realizzatore palestinese ha filmato 2 minuti di vita a Gaza. Un suo collega israeliano ha fatto lo stesso a Zderot, che dista meno di 2 chilometri da Gaza e spesso bersaglio dei missili di Hamas.Ne è venuto fuori un ritratto della vita quotidiana interessantissimo, prodotto da Arte. E un dibattito acceso che si è protratto per 4 ore e che ha toccato tutti i nodi del conflitto, come il diritto al ritorno degli esuli palestinesi. «Lei ambasciatore non lo vuol dire, ma sa bene che quello che temete è lo squilibrio demografico» lo provoca Leila mentre Elie Barnavi non perde la sua flemma diplomatica nemmeno quando il pubblico lo contesta. Riconosce che se si vuole arrivare a due stati e due popoli bisogna interrompere l’insediamento di nuove colonie. Non è certo ottimista il diplomatico israeliano. Riconosce che non si può chiedere più niente ai palestinesi perché ormai non possono dar più niente e dice «purtroppo è più facile fare la guerra che unisce mentre la pace divide. Perciò faccio appello all’estero. Lo ammetto, chiedo ad altri di venirci a salvare».
Da citare anche il dibattito sulla Bosnia Erzegovina, con la presenza dell’ex generale Jovan Divjak, il difensore di Sarajevo, oggi in pensione e riciclato nell’educazione. E ve n’è bisogno se dopo una guerra micidiale, la lotta per il diritto all’autodeterminazione, si scopre che nel paese l’amministrazione è in doppia-tripla copia: per i croati, per i serbobosniaci e che addirittura le ricreazioni nelle scuole sono sfasate per evitare contatti e scontri tra studenti croati, serbi o altro.
Infine l’8 marzo si è celebrato il 30° anniversario della Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne con la partecipazione al Festival della ministro degli esteri svizzera Micheline Calmy-Rey. Che ha abbracciato calorosamente Rebecca Lolosoli, una imponente keniota, protagonista del documentario Umoja, il villaggio proibito agli uomini. E’ Rebecca che ha creato questo villaggio che accoglie altre donne come lei ripudiate e cacciate dai mariti dopo essere state stuprate. E’ forse l’unico documentario che dà un po’ di ottimismo, per la tenacia di queste donne che scoprono tutto a un tratto dopo tanti soprusi di avere dei diritti che difendono con vigore trasmettendoli ai propri figli.

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