Bologna, intervista a Walter Tega, dal ’76 al ’92 nella segreteria del Pci a Bologna: “Se il Pd perde anche qui è un disastro”

La Stefani – settimanale bolognese di inchieste e servizi
“Se il Pd perde anche qui è un disastro”

La Stefani incontra Walter Tega, ordinario di Storia della filosofia, ex prorettore, dal 1976 al 1992 nella segreteria del Pci a Bologna. Anni in cui il capoluogo emiliano “era l’area più social-democratica del comunismo italiano”. Oggi c’è un centrosinistra che “non aggrega”, un Pd “alla ricerca della sua collocazione” e un candidato sindaco, Flavio Delbono, costretto a giocare “una partita difficile perché Cofferati è stato un giustiziere e non un interprete della città”
di Michele Esposito

Professor Tega , Bologna è una città politicamente in declino?
Bologna non è più l’emblema di una sinistra e di un’opposizione costruttiva, distaccata da quella nazionale. Accade più o meno nel periodo in cui Vitali è sindaco. La città termina di essere una realtà politicamente esemplare, in cui il controllo “spietato” del partito è in grado di tutelare l’integrità del ruolo istituzionale. Allo stesso tempo, il declino dell’opposizione a livello nazionale si fa sentire a livello locale: cade il rapporto privilegiato con le Coop, con l’imprenditoria di sinistra. E gli elementi migliori, in ogni settore, cercano una ribalta nazionale. Bologna qualche anno fa era in grado di tenersi i suoi fuoriclasse.

Cosa intende per sinistra costruttiva?
Il pensiero comune è che tradizionalmente Bologna sia un’isola rossa. E’ sbagliato. Il comunismo emiliano, anche quando uno su tre votava Pci, non è mai stato conforme alla linea nazionale. Si può dire che l’Emilia-Romagna fosse allo stesso tempo l’area più social-democratica della sinistra e la più socialista del centro. Ciò ha fattto del suo capoluogo un luogo di sperimentazione politica e sociale, dove trovava applicazione un consociativismo che legava imprese, dirigenza politica e istituzioni. Quel consociativismo ora, non c’è più.

Il problema, quindi, non va cercato semplicemente in un ricambio della classe dirigente?
I cambi generazionali non riguardano solo il mondo politico. Purtroppo, a dispetto di quanto è accaduto in altri settori, la dirigenza del Pci non ha avuto la capacità di individuare e introdurre un numero consistente di nuove leve adatte a trovare un’alternativa forte al vecchio modo di fare politica. Dove sono gli eredi di Antonio La Forgia, di Mauro Zani?

Non crede sia un po’ anacronistico rimpiangere una città fatta di reti, di collegamenti istituzionali e politici che sono al di sopra della partecipazione popolare effettiva?
Guardi, noi non possiamo applicare un meccanismo partecipativo “all’americana” alla nostra realtà. Sulla crisi politica italiana Norberto Bobbio direbbe: “Abbiamo dimenticato come si costruisce un partito”. La politica è fatta di rapporti di potere, di teoria e di lavoro sul campo. Sono stato alla segreteria del Pci di Bologna per 15 anni e ho visto che il partito manteneva sempre un certo equilibro tra questi due estremi: il risultato era una mosaico che includeva imprese, cooperative, sindacati e istituzioni. Chi faceva politica qui sapeva di portare avanti un progetto all’avanguardia, un progetto democratico, dove la partecipazione popolare era limitata dal semplice fatto di sentirsi adeguatamente rappresentati.

Crede che il partito democratico non rappresenti al meglio le istanze della popolazione?
I problemi della sinistra italiana non risalgono alla costituzione del Pd, ma a prima. Con la nascita del Pds il partito si rinsecchisce, si trasforma in una congregazione di funzionari, lontani dalla società civile. Sparisce così un partito che sia capace di dire: “Socializziamo le perdite e incameriamo i profitti”. Il Pd non solo non lo afferma ma ha anche serie difficoltà a trovare una sua collocazione. E’ un’opposizione che non aggrega, che è incapace di selezionare i punti su cui battersi, sia a livello locale sia a quello nazionale. Perché ci si ferma a parlare per settimane di Eluana Englaro e non si urla agli italiani che il nostro premier vuole togliere ogni potere al presidente della Repubblica? Siamo messi così male che al momento l’unica vera opposizione la fa la Cgil.

Con queste premesse, quante chance ha Delbono di diventare sindaco di Bologna?
Flavio è ancora favorito. E’ un uomo che mastica politica da tempo ed è l’unico dei candidati che si è sottoposto alle primarie, bilanciando il sospetto che sulla sua candidatura ci sia lo zampino di Prodi. Non capisco perché abbia tolto il simbolo. Lui deve essere il candidato di tutti ma allo stesso tempo deve essere il portatore di un programma che si rispecchi nel partito a cui appartiene.

Può essere l’uomo del rilancio del centro-sinistra a Bologna?
A Bologna i democratici non hanno tante risorse. E la scelta di Delbono non è controproducente, anzi. La sensazione è che però la dirigenza non si renda conto che se perde la piazza emiliana è un disastro. E Berlusconi va fermato: ha interrotto la lenta marcia del paese verso lo stato di diritto.

Campagna elettorale difficile per Delbono: prima di lui c’è stato Sergio Cofferati.
Non è facile fare una propaganda che si scontri con un predecessore dello stesso colore. Per questo Delbono va in ogni caso sostenuto. Non è stato fortunato: in cinque anni Cofferati ha lacerato quella collaborazione tra poteri che era tipica di questa città, non si è reso conto che Bologna andava rilanciata sul piano nazionale e regionale. La gente aspettava un forte coinvolgimento nel governo della città, una grande concentrazione di energia su pochi, importanti progetti. Tutto ciò non c’è stato. E, soprattutto, il nostro sindaco è stato un giustiziere, non un interprete dell’alto senso civico di Bologna. Impaurendo i cittadini.

Faccia qualche esempio.
Due su tutti. Il primo riguarda la zona universitaria, con cui la città, dal 1977 in poi, ha sempre avuto un rapporto di amore-timore. Cofferati non ha risolto questo nodo, o meglio ha creduto di farlo pedonalizzando la zona. Ed è stato un fallimento. E’ la compartecipazione tra cittadini la soluzione migliore per questo tipo di problemi. E non parlo di ronde, ma di un qualcosa che ricalchi il vecchio connubio tra casa del popolo, parrocchia e sezione del partito. Era un meccanismo un po’ ideologico, ma funzionava.
Il secondo è stato lasciare ampio spazio al decentramento regionale. La scelta policentrica è errata, e la colpa non è solo della Regione, che tradizionalmente deve contrastare imponenti spinte centrifughe. Il Comune avrebbe dovuto farsi sentire. In Emilia-Romagna, ad esempio, oltre alla sede bolognese ci sono altri quattro poli universitari. Troppi, bastava farne uno, più grande. Il problema che Parma, Modena, Rimini, per una questione storica, non sono città che facilmente chinano la testa dinnanzi al capoluogo. Hanno i loro parlamentari che fanno pressione a Roma, saltando così l’ostacolo Regione. Il primato di Bologna in ambito regionale è solo teorico.

Dove si è sbagliato nei rapporti università-comune?
Nell’assenza di un dialogo. Non era facile: da quando Roversi Monaco era rettore e Imbeni sindaco il rapporto tra Alma Mater e Comune è sempre stato conflittuale. L’università è un mondo a sé, dove le oligarchie non si formano per colore politico ma per prestigio accademico. E’ un mondo che però, con l’avvento dell’università di massa, ha cominciato a dare fastidio. E la città non si è mai fatta carico dei suoi problemi. Perché l’università ha bisogno di una manutenzione costosa e continua. Bisogna capire che i finanziamenti, soprattutto dopo i tagli fatti da Tremonti, non possono arrivare una tantum. Occorre collaborazione, occorre che le imprese e le banche finanzino le fondazioni e la ricerca con maggiore costanza. Perché è vero che l’università è un mondo a parte, ma è anche vero che fornisce alla città soldi e cervelli.

Il nuovo rettore, che sarà eletto il 12 maggio, dovrà lavorare su tutto questo.
Chiunque subentrerà a Calzolari dovrà far capire al nuovo sindaco che l’università è una risorsa, non un peso, è un qualcosa che appartiene a Bologna, non è solo un’entità stracittadina e internazionale. E, sfruttando, i principi di autonomia del Titolo V della Costituzione, dovrà pressare per l’emanazione di leggi ad hoc, come quella sugli affittacamere.

Chi sarà il nuovo rettore?
Una cosa è certa, il fattore politico all’interno dell’università non è determinante. Quando ero al Pci il candidato di bandiera aveva un certo peso – penso a Giorgio Ghezzi ad esempio – ma non era mai dichiarato apertamente. Una volta solo abbiamo tentato questa strada ed è andata malissimo.
No, il nome del mio candidato non glielo posso proprio dire (e abbozza un sorriso).

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