I neonati clandestini del «pacchetto sicurezza»

Carta – Rosa Mordenti
[11 Marzo 2009]

Un articolo del pacchetto sicurezza obbliga i migranti a esibire il permesso di soggiorno al momento della registrazione della nascita del proprio bambino. Una norma barbara che costringerebbe nell’invisibilità i neonati, rendendo impraticabile il loro accesso ai diritti sociali e civili

Siccome al peggio non c’è mai fine, il governo che perseguita i migranti senza permesso di soggiorno ora si concentra sui loro figli appena nati. Un articolo passato finora quasi inosservato del «pacchetto sicurezza», il 45 [comma 1 lett. f], ora in discussione alla Camera, impedisce la registrazione alla nascita dei bambini nati da cittadini stranieri «irregolari».
Le conseguenze di questa modifica normativa sarebbero gravissime. I bambini non registrati alla nascita resterebbero senza identità, completamente invisibili e quindi inavvicinabili per i servizi sociali, sanitari [si pensi alle vaccinazioni], per la scuola. Come spiega l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione [Asgi] «vi è inoltre il forte rischio che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori», perché privi di documenti, oltre che di permesso di soggiorno, «e che siano dichiarati in stato d’abbandono». Per evitare questo, o semplicemente per la paura di perdere i propri bambini, è probabile che molte donne in condizione «irregolare» decidano, al momento del parto, di non rivolgersi a un medico o a un ospedale, con serissimi rischi sia per la salute della madre che per quella del bambino.
La norma prevista dal pacchetto sicurezza funziona così: l’articolo introdurrebbe l’obbligo, per il cittadino straniero, di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti di stato civile, tra i quali sono inclusi anche gli atti di nascita. Per cui senza permesso di soggiorno non è possibile richiederlo, e gli ufficiali di stato civile dovranno rifiutare di registrare il neonato se i suoi genitori non hanno il permesso di soggiorno.
Fiora Luzzatto, ex-dirigente dell’Ufficio anagrafe di Isernia, ha scritto in rete: «Da due secoli i registri di stato civile sono la fotografia della situazione demografica ‘vera’ di un paese. Gli uffici comunali si occupano semplicemente di verificare [attraverso l'attestato di assistenza al parto] se effettivamente sia nato un bambino. Tutte le circostanze giuridiche e politiche che riguardano i genitori sono irrilevanti. Ora si vorrebbe trasformare gli ufficiali di stato civile in inquisitori, che verificano i permessi di soggiorno. Può un paese civile non avere un quadro certo della propria situazione demografica?».
Le convenzioni internazionali riconoscono a ogni minore il diritto ad essere registrato immediatamente dopo la nascita. La Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, ratificata in Italia nel 1991, obbliga gli stati a preservare l’identità e il nome dei bambini. L’articolo 31 della Costituzione protegge l’infanzia, e l’articolo 22 della Costituzione vieta di togliere a una persona la propria capacità giuridica.
L’Asgi per prima ha lanciato pochi giorni fa un appello in rete, nel quale vengono richiamati i profili di incostituzionalità della norma e le conseguenze gravissime che avrebbe sui bambini che nascono in Italia da genitori senza permesso di soggiorno. L’appello, che sarà inviato alla Commissione Affari costituzionali e Giustizia della camera, alla Commissione infanzia e ai capigruppo di tutti i partiti, è sul sito www.asgi.it. Per aderire bisogna mandare una mail a info@asgi.it.
Il Centro di ricerca per la pace di Viterbo ha intanto preparato una proposta di ordine del giorno per i comuni, le province e le regioni «fedeli allo stato di diritto e all’umanità». Dice così: «Premesso che alcune disposizioni del cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’ promosso dal governo con successivi decreti e disegni di legge tuttora all’esame del Parlamento sono in flagrante contrasto con principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, dello stato di diritto, dell’ordinamento democratico, della civiltà giuridica, della Dichiarazione universale dei diritti umani; Il Consiglio comunale [provinciale, regionale] di … invita il Parlamento a respingere le proposte di provvedimento».

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