Al Jazeera International, video da Gaza
a disposizione dei media in creative commons
L’emittente privata Al Jazeera International ha creato un sito per mettere a disposizione dei giornalisti di tutto il mondo impediti ad entrare nella zona di Gaza, filmati in Creative Commons.I commenti sono in arabo e alcuni in inglese, ma di ogni video c’è una descrizione scritta in inglese.<br>
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Ecco la presentazione che ne fa l’inviato de Il Sole 24 ore Ugo Tramballi.
GERUSALEMME – Gideon Levy, penna di Haaretz, quotidiano della sinistra israeliana, lo ha chiamato «il mio eroe di guerra». L’età in effetti è quella di chi solito viene chiamato a combattere al fronte, 29 anni. Ma l’eroe di Levy, oltre ad essere palestinese, non è un soldato. È un giornalista, Ayman Mohyeldin.
Tutte le guerre di questi anni hanno avuto una televisione che le raccontasse più di altre. Nella prima del Golfo, nel 1990, fu la Cnn. Nella seconda del 2003 fu al-Jazeera in arabo che costrinse tutte le redazioni del mondo ad assumere un traduttore. In questa guerra per Gaza la tv che racconta più delle altre è la versione in inglese della stessa tv con base in Qatar. Al-Jazeera International è l’unica ad avere una redazione intera dentro la Striscia e il suo gioiello è Ayman, nato e cresciuto negli Stati Uniti, madre palestinese di Tulkarem in Cisgiordania e padre egiziano. Quando cala il buio e sotto il sole, elmetto e giubbotto anti-proiettile azzurri dei giornalisti, per ore e ore Ayman Mohyeldin, già reduce dall’Iraq, racconta in diretta senza fine quello che vede da un tetto di Gaza e che gli riferiscono. Raramente aggettivi forti, mai giudizi politici su Israele. Un freddo e dettagliato racconto dentro la guerra. Quando scoppia una bomba, si gira per un istante e torna con gli occhi sulla telecamera.
Al-Jazeera International non è di parte, come il canale di notizie in arabo. Ma ha la sua parte: quella dei moderati del mondo arabo, dei Paesi in via di sviluppo, degli emigrati in Occidente. Quando non è assorbita da una guerra, racconta di Paesi e di drammi ai quali in Europa e America non diamo attenzione. Dall’”altra parte”, se esistono segni di scontro fra civiltà, non ci sono solo al-Qaida e fondamentalisti. C’è una maggioranza che vede spesso le cose diversamente da noi, ma con altrettanta moderazione. Da studio al-Jazeera si collega con i portavoce israeliani, facendo domande difficili. Ma anche a quelli di Hamas chiedono che senso abbia continuare la guerra al prezzo di così tante vittime civili.
Da Ayman e da al-Jazeera arrivano racconti e immagini che nessun altro offre: le case sventrate dai bombardamenti israeliani; gli ospedali di Gaza intasati di vittime; i corpi feriti dei bambini. A volte ci sono primi piani impietosi sullo sguardo fisso e vitreo di un bambino morto. Immagini che da noi non appaiono. E non solo per pudore e senso diverso della pietà.
Il problema di Ayman e al-Jazeera, notano gli israeliani, è che non parlano di Hamas: non mostrano anche le postazioni militari distrutte, non cercano di capire se Hamas è in controllo o si sta sfaldando, quale sia il vero consenso della gente. Ogni giornalista eroe di guerra è come un soldato: ha un istinto naturale alla sopravivenza. Ayman si deve guardare dalle bombe israeliane e dalla censura di Hamas. Tra i milioni di suoi telespettatori c’è anche il partito islamico. Se Israele non lo lasciasse solo, se permettesse ai giornalisti al di qua del fronte di passare dall’altra parte, potremmo essere in tanti a cercare anche queste notizie; ad aiutare Ayman a fare il suo non facile mestiere. Per il momento di là abbiamo solo lui e il suo buon giornalismo. (U.T.)


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